Il TTIP minaccia incombente dagli USA

Il TTIP la grande minaccia incombente dagli USA, cambierà in peggio le nostre vite se non riducendo drasticamente le aspettative di vita di ognuno di noi.

Che cos’è il TTIP?
Il TTIP è un trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico che ha l’intento dichiarato di modificare regolamentazioni e standard (le cosiddette “barriere non tariffarie”) e di abbattere dazi e dogane tra Europa e Stati Uniti rendendo il commercio più fluido e penetrante tra le due sponde dell’oceano.

L’idea sembrerebbe buona. Perché qualcuno lo definisce “pericoloso”?
Condividiamo la definizione perché, in realtà questo trattato, che viene negoziato in segreto tra Commissione UE e Governo USA, vuole costruire un blocco geopolitico offensivo nei confronti di Paesi emergenti come Cina, India e Brasile creando un mercato interno tra noi e gli Stati Uniti le cui regole, caratteristiche e priorità non verranno più determinate dai nostri Governi e sistemi democratici, ma modellate da organismi tecnici sovranazionali sulle esigenze dei grandi gruppi transnazionali.

I soliti “tecnici” che “rubano” il potere alla politica.
Infatti. Il TTIP prevede l’introduzione di due organismi tecnici potenzialmente molto potenti e fuori da ogni controllo da parte degli Stati e quindi dei cittadini. Il primo, un meccanismo di protezione degli investimenti (Investor-State Dispute Settlement – ISDS), consentirebbe alle imprese italiane o USA di citare gli opposti governi qualora democraticamente introducessero normative, anche importanti per i propri cittadini, che ledessero i loro interessi passati, presenti e futuri.

Le aziende citerebbero gli Stati in tribunale.
Non solo; le vertenze non verrebbero giudicate da tribunali ordinari che ragionano in virtù di tutta la normativa vigente, come è già possibile oggi, ma da un consesso riservato di avvocati commerciali superspecializzati che giudicherebbero solo sulla base del trattato stesso se uno Stato – magari introducendo una regola a salvaguardia del clima, o della salute – sta creando un danno a un’impresa. Se venisse trovato colpevole, quello stato o comune, o regione, potrebbe essere costretto a ritirare il provvedimento o ad indennizzare l’impresa. Pensiamo ad un caso come quello dell’Ilva a Taranto, o della diossina a Seveso, e l’ingiustizia è servita.

Una giustizia “privatizzata”, insomma.
Non è l’unica questione. Un altro organismo di cui viene prevista l’introduzione è il Regulatory Cooperation Council: un organo dove esperti nominati della Commissione UE e del ministero USA competente valuterebbero l’impatto commerciale di ogni marchio, regola, etichetta, ma anche contratto di lavoro o standard di sicurezza operativi a livello nazionale, federale o europeo. A sua discrezione sarebbero ascoltati imprese, sindacati e società civile. A sua discrezione sarebbe valutato il rapporto costi/benefici di ogni misura e il livello di conciliazione e uniformità tra USA e UE da raggiungere, e quindi la loro effettiva introduzione o mantenimento. Un’assurdità antidemocratica che va bloccata, a mio avviso, il prima possibile.

Per chi è allora vantaggioso il TTIP?
Il ministero per lo Sviluppo economico ha commissionato a Prometeia s.p.a. una prima valutazione d’impatto mirata all’Italia, alla base di molte notizie di stampa e interrogazioni parlamentari. Scorrendo dati e previsioni apprendiamo che i primi benefici delle liberalizzazioni si manifesterebbero nell’arco di tre anni dall’entrata in vigore dell’accordo: il 2018, al più presto. Il TTIP porterebbe, entro i tre anni considerati, da un guadagno pari a zero in uno scenario cauto, ad uno +0,5% di PIL in uno scenario ottimistico: 5,6 miliardi di euro e 30mila posti di lavoro grazie a un +5% dell’export per il sistema moda, la meccanica per trasporti, un po’ meno da cibi e bevande e da uno scarso +2% per prodotti petroliferi, prodotti per costruzioni, beni di consumo e agricoltura. L’Organizzazione mondiale del Commercio ci dice che le imprese italiane che esportano sono oltre 210mila, ma è la top ten che si porta a casa il 72% delle esportazioni nazionali (ICE – Sintesi Rapporto 2012-2013: “L’Italia nell’economia internazionale”). Secondo l’ICE, in tutto nel 2012 le esportazioni di beni e servizi dell’Italia sono cresciute in volume del 2,3%, leggermente al di sotto del commercio mondiale. La loro incidenza sul PIL ha sfiorato il 30% in virtù dell’austerity e della crisi dei consumi che hanno depresso il prodotto interno. L’Italia è dunque riuscita a rosicchiare spazi di mercato internazionale contenendo i propri prezzi, senza generare domanda interna né nuova occupazione. Quindi prima di chiudere i conti potremmo trovarci invasi da prodotti USA a prezzi stracciati che porterebbero danni all’economia diffusa, e soprattutto all’occupazione, molto più ingenti di questi presunti guadagni per i soliti noti. Danni potenziali che né la ricerca condotta da Prometeia né il nostro Governo al momento hanno quantificato o tenuto in considerazione.

È vero che, nonostante l’enorme importanza della questione, il Parlamento europeo non abbia accesso a tutte le informazioni sul modo in cui si svolgono gli incontri e sullo stato di avanzamento delle trattative?
Il Parlamento europeo, dopo aver votato nel 2013 il mandato a negoziare esclusivo alla Commissione – come richiede il Trattato di Lisbona – potrà soltanto porre dei quesiti circostanziati, cui la Commissione può rispondere ma nel rispetto della riservatezza obbligatoria in tutti i negoziati commerciali bilaterali, sempre secondo il Trattato, e poi avrà diritto di voto finale “prendi o lascia”, quando il negoziato sarà completato. Nel frattempo non ha diritto né di accesso né di intervento sul testo. I Governi stessi dell’Unione, se vorranno avere visione delle proposte USA, dovranno – a quanto sembra al momento – accedere a sale di sola lettura approntate nelle ambasciate USA (non si capisce se in quelle di tutti gli Stati UE o solo a Bruxelles, e non potranno nemmeno prendere appunti o farne copia. Un assurdo, considerata la tecnicità e complessità dei testi negoziali.

Quali effetti potrà produrre l’accordo se verrà approvato nella sua forma attuale?
Tutti i settori di produzione e consumo come cibo, farmaci, energia, chimica, ma anche i nostri diritti connessi all’accesso a servizi essenziali di alto valore commerciale come la scuola, la sanità, l’acqua, previdenza e pensioni, sarebbero tutti esposti a ulteriori privatizzazioni e alla potenziale acquisizione da parte delle imprese e dei gruppi economico-finanziari più attrezzati, e dunque più competitivi. Senza pensare che misure protettive, come i contratti di lavoro, misure di salvaguardia o protezione sociale o ambientale, potrebbero essere spazzati via a patto di affidarsi allo studio legale giusto e ben accreditato.

Il TTIP produrrà dei rischi per i cittadini?
Tom Jenkins della Confederazione sindacale europea (ETUC), nell’incontro con la Commissione del 14 gennaio scorso, ha ricordato che gli Stati Uniti non hanno ratificato diverse convenzioni e impegni internazionali ILO e ONU in materia di diritti del lavoro, diritti umani e ambiente. Questo rende, ad esempio, il loro costo del lavoro più basso e il comportamento delle imprese nazionali più disinvolto e competitivo, in termini puramente economici, anche se più irresponsabile. A sorvegliare gli impatti ambientali e sociali del TTIP, ha rassicurato la Commissione, come nei più recenti accordi di liberalizzazione siglati dall’UE, ci sarà un apposito capitolo dedicato allo Sviluppo sostenibile che metterà in piedi un meccanismo di monitoraggio specifico, partecipato da sindacati e società civile d’ambo le regioni.

È il primo caso del genere? O c’è qualche “antenato”?
Un meccanismo simile è entrato in vigore da meno di un anno tra UE e Korea, con la quale l’Europa ha sottoscritto un trattato di liberalizzazione commerciale molto simile anche strutturalmente al TTIP, facendo finta di non ricordare che come gli USA la Korea si è sottratta a gran parte delle convenzioni ILO e ONU. Imprese, sindacati e ONG che fanno parte dell’analogo organo creato per monitorare la sostenibilità sociale e ambientale del trattato UE-Korea, hanno protestato con la Commissione affinché avvii una procedura di infrazione contro la Korea per comportamento antisindacale, e ancora aspettano una risposta (http://goo.gl/82OLmh). Perché dovremmo pensare che gli USA, molto più potenti e contrattualmente forti si dovrebbero piegare alle nostre esigenze, considerando che sono tra i pochi Paesi che non si sono mai piegati a impegni obbligatori a salvaguardia della salute, o dell’ambiente come il Protocollo di Kyoto appena archiviato anche grazie alla loro ferma opposizione?

Il TTIP può produrre danni per la salute?
Faccio un solo esempio, basato sulla storia. Nel 1988 l’UE ha vietato l’importazione di carni bovine trattate con certi ormoni della crescita cancerogeni. Per questo è stata obbligata a pagare a USA e Canada dal Tribunale delle dispute dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) oltre 250 milioni di dollari l’anno di sanzioni commerciali nonostante le evidenze scientifiche e le tante vittime. Solo nel 2013 la ritorsione è finita quando l’Europa si è impegnata ad acquistare dai due concorrenti carne di alta qualità fino a 48.200 tonnellate l’anno, alla faccia del libero commercio. Sarà una coincidenza, ma in un documento congiunto dell’ottobre 2012 BusinessEurope e US Chamber of Commerce, le due più potenti lobby d’impresa delle due sponde dell’oceano, avevano chiesto ai propri Governi proprio di avviare una “cooperazione sui meccanismi di regolazione”, che consentisse alle imprese di contribuire alla loro stessa stesura (http://goo.gl/HlqhTc).

Esistono alternative al TTIP? A cosa potrebbero aspirare i cittadini del mondo afflitti dall’attuale crisi economica?
Da molti anni non solo movimenti, associazioni, reti sindacali ma anche istituzioni internazionali come FAO e UNCTAD, le agenzie ONU che lavorano su Agricoltura, Commercio e Sviluppo, richiamano l’attenzione sul fatto che rafforzare i mercati locali, con programmazioni territoriali regionali e locali più attente basate su quanto ci resta delle risorse essenziali alla vita e quanti bisogni essenziali dobbiamo soddisfare per far vivere dignitosamente più abitanti della terra possibili, potrebbe aiutarci ad uscire dalla crisi economica, ambientale, ma soprattutto sociale che stiamo vivendo, prevedibilmente, da tanti anni. Stiamo facendo finta di niente, continuando a percorrere strade, come quella della iperliberalizzazione forzata stile IL TTIP, che fanno male non solo al pianeta e alle comunità umane, ma allo stesso commercio che è in contrazione dal 2009 e non si sta più espandendo. Da quando la piena occupazione europea e statunitense, che con redditi veri e capienti sosteneva produzione e consumi globali, sono diventate un miraggio, anche la crescita dei popolatissimi Paesi emergenti, che hanno fatto la propria fortuna grazie alla commercializzazione del loro capitale ambientale e umano a prezzi stracciati e ad alti costi ambientali e sociali, non è riuscita più a sostenere il paradigma della crescita infinita che si è rivelato per quello che era: falso e insensato. I poveri, che crescono a vista d’occhio e devono lavorare oltre le 10 ore al giorno per un pugno di spiccioli, consumano prodotti poveri e sempre meno; i ricchi, che sono sempre più ricchi ma anche sempre meno, consumano tanto e malissimo, e non creano benessere diffuso. Abbiamo la grande opportunità di voltare pagina, e di tentare di dare a questo pianeta ancora un po’ di futuro, rimettendo al centro della politica i beni comuni e i diritti. Col il TTIP, al contrario, ci chiuderemo le poche finestre di possibilità ancora aperte. Con la Campagna Stop TTIP, che raccoglie solo in Italia oltre 60 tra associazioni, sindacati, enti pubblici, cittadini e comunità, vogliamo fermare questa deriva e diffondere tutte le alternative possibili e più efficaci delle vecchie ricette fallimentari che continuiamo a subire.

Il TTIP e’ oarte di una piu’ ampia strategia americana per espandere le loro esportazioni e al contempo contenere le esportazioni della Cina. Un accordo analogo e’ gia’ stato concluso con il Giappone e altri Paesi asiatici. Se si concludesse quello con l’Europa si chiuderebbe il cerchio protezionista intorno alla Cina e alla Russia, i soliti cattivi della storia. Ma l’aspetto commerciale, che danneggierebbe gravemente le esportazioni europee a vantaggio di quelle americane, e’ solo un aspetto del problema. Ci sono poi quelli della salute umana, della protezione dell’ambiente, del trattamento umanitario degli animali, degli ogm. Come la stessa famiglia Obama ha piu’ volte evidenziato, l’alimentazione degli americani non e’ delle piu’ salutari perche’ dominata dal cibo spazzatura che ha delle pesanti ricadute sulla salute e sulla aspettativa di vita. Padronissimi gli americani di mangiare tutte le porcherie che vogliono, in omaggio ai profitti delle multinazionali, noi ci accontentiamo della miserabile dieta mediterranea. Da rilevare infine che gli accordi tipo il TTIP sono in netto contrasto con la tanto sbandierata globalizzazione, che e’ stata subito archiviata dagli USA quando hanno capito di non essere piu’ competitivi sul mercato globale.

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ReferendumTrivelle: Il Comitato per il sì presenta ricorso al Mise – Renzi: “Italiani si sono espressi”

#ReferendumTrivelle, il Comitato per il sì presenta ricorso al Mise. Il premier: “Italiani si sono espressi”

Renzi
ROMA  – Le associazioni del Comitato per il sì al referendum sulle trivelle presenteranno un ricorso al ministero dello Sviluppo Economico per chiedere il blocco immediato di cinque concessioni estrattive entro le 12 miglia. L’annuncio oggi in conferenza stampa alla Camera. Secondo Enzo Di Salvatore, costituzionalista ed estensore dei quesiti referendari, “Queste concessioni sono scadute da tempo e la proroga è illegittima. La norma prevede che siano prorogati i titoli vigenti, non quelli scaduti. Il Mise non si è mai pronunciato a riguardo, di conseguenza le aziende petrolifere stanno continuando ad estrarre senza autorizzazione”. Malgrado la sconfitta i referendari vogliono dunque continuare una battaglia che invece il premier Renzi considera conclusa. “Il popolo italiano ha parlato ed è finita 70 a 30. Leggo che chi ha perso spiega che ha vinto” ma adesso è ora “di impegnarsi a tenere il mare pulito, magari occupandoci dei depuratori, cosa che dovrebbero fare le Regioni. Gli italiani ci chiedono di lavorare non di fare polemiche”.

Oltre al ricorso al Mise, il Comitato per il sì ne ha pronto un altro in sede europea per la violazione, da parte dell’Italia, delle norme che disciplinano l’estrazione degli idrocarburi (direttiva 94/22/CE). Di Salvatore ha reso noto, infatti, che l’europarlamentare Barbara Spinelli (gruppo Gue/Ngl) ha presentato un’interrogazione alla Commissione europea chiedendo se non ritenga di aprire una procedura di infrazione per violazione delle regole sulla concorrenza in merito alla estensione delle concessioni.

Nel corso dell’incontro con i giornalisti, il Comitato ha spiegato le sue ragioni. Grazie al referendum sulle trivelle “ci sono state modifiche alla normativa proposte dal governo e approvate dal Parlamento. Questa non è demagogia. Petroceltic e Shell hanno rinunciato. I permessi di ricerca sono stati bloccati. Se questo è avvenuto penso sia una vittoria”, ha aggiunto il presidente del Consiglio regionale lucano Piero Lacorazza. Mentre per Francesco Borrelli, delegato della Regione Campania, è comunque un successo aver riportato al centro del dibattito le tematiche energetiche: “Non si è raggiunto il quorum – ha spiegato – ma comunque è stato tracciato il solco che porterà l’Italia sempre più verso le rinnovabili e sempre più lontano dal petrolio. Da questa vicenda nascerà un dialogo più forte con il governo”.

“Se c’è uno sconfitto oggi in Italia è la democrazia – ha detto ancora Enzo Di Salvatore -. Non possiamo gioire se due terzi degli italiani non sono andati a votare. Tuttavia siamo riusciti a fare diventare ‘nazionalpopolare’ un tema di politica energetica nazionale. Prima se ne discuteva solo nelle aule universitarie. Il percorso referendario è stato un successo. Senza il referendum avremmo ancora la politica energetica del governo Monti del 2013, recepita dallo Sblocca Italia, avremmo 27 procedimenti per concessioni entro le 12 miglia, ci sarebbe il pozzo di Ombrina Mare davanti all’Abruzzo. Invece Shell e Petroceltic sono andate via”.

Matteo Renzi dovrà comunque “tenere conto” dei “13 milioni di sì”, secondo Loredana De Petris: “Dobbiamo ringraziare quei milioni di cittadini che sono andati a votare e assicurargli che il loro impegno non è stato, non è e non sarà inutile – ha affermato la senatrice di Sel –  Il fatto che oltre 15 milioni di persone si siano recate alle urne, nonostante una campagna di sabotaggio e disinformazione senza precedenti, è un risultato molto importante. Di questi, ben 13 milioni sono stati i ‘si’, ed è molto significativo che proprio in Basilicata, dove i cittadini conoscono bene la problematiche ambientali legate alle trivellazioni in mare, si sia raggiunto il quorum”.

Di una “vittoria di Pirro” per Renzi ha parlato anche Renato Brunetta, capogruppo alla Camera di Forza Italia, con un occhio al referendum costituzionale del prossimo autunno: “Guardando al 2006, coloro che avevano detto ‘no’ alla riforma costituzionale di Berlusconi erano 20mila in meno dei quasi 16 milioni andati alle urne ieri, e quindi – osserva – se si riuscisse a portare al referendum confermativo di ottobre tutti quelli che hanno votato al referendum sulle trivelle, o ‘sì’ o ‘no’, vincerebbe il ‘no’ alla ‘schiforma’ Renzi-Boschi, il ‘no’ vincerebbe per 60 a 40, come successe 10 anni fa”.

“Renzi dovrebbe vergognarsi per avere incitato gli italiani ad astenersi da un referendum, questo è il ruolo che, secondo i nostri politici o politicanti, devono avere i cittadini”, ha commentato la candidata sindaco a Roma del M5S Virginia Raggi,  uscendo dalla Casaleggio Associati a Milano.
E nel dopo referendum è inervenuto anche il Wwf. “Milioni di italiani oggi hanno chiesto che gli accordi sul clima sottoscritti a Parigi vengano applicati e vogliono per l’Italia un futuro rinnovabile. A conclusione di questa consultazione popolare è bene dire che il governo ha la maggiore responsabilità per aver portato l’Italia al referendum rispetto a una norma sulla proroga delle concessioni delle piattaforme offshore, inserita all’ultimo momento nella Legge di Stabilità 2016, che sapeva sin dall’inizio essere in contrasto con la normativa comunitaria e che sarà obbligato a modificare per intervento dell’Europa”, ha scritto in una nota il Wwf. “Si è fatto di tutto per far fallire questo referendum. Il quorum non è stato raggiunto ma dalle urne emerge una richiesta fortissima affinché vengano cambiate le politiche energetiche del nostro Paese”.

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Referendum Trivelle. Bugie e verità

Referendum Trivelle. Ecco le Bugie.

Ormai se ne dicono di ogni riguardo al Referendum Trivelle del 17 aprile, per chi ha le idee confuse abbiamo pubblicato questo piccolo gif, che vi aiuterà a capire meglio la situazione. Più che farvi i disegnini non sappiamo più che cosa fare…

QUINDI AL Referendum Trivelle VAI A VOTARE E VOTA SI!

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Oggi in Italia abbiamo 130 piattaforme marine da cui si prelevano gas e petrolio. E i pozzi marini collocati in prossimità della costa, cioè entro il limite delle 12 miglia – sui quali avrà eventualmente potere di agire la risposta referendaria, tra l’altro solo quando scadranno le concessioni – sono poche.

Tuttavia vorrei svolgere un tre considerazioni.

La prima. Si sottolinea che delle 26 concessioni produttive interessate dal quesito, solamente 4 prevedono l’estrazione di petrolio. E allora? Le altre sono meno pericolose? In Adriatico è stato finora registrato solo un grave incidente: accadde negli anni Sessanta, una fuoriuscita di metano dalla piattaforma Paguro al largo di Ravenna con conseguente incendio. Greenpeace inoltre ha di recente ha pubblicato uno studio realizzato dall’ISPRA, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca: mostra che tra il 2012 e il 2014 ci sono stati dei superamenti dei livelli stabiliti dalla legge per gli agenti inquinanti nel corso della normale amministrazione di alcuni dei 130 impianti attualmente in funzione in Italia.

La seconda. Gli stessi promotori del referendum hanno spiegato che in ogni caso l’inquinamento non è la priorità che ha reso necessario il Referendum Trivelle . La ragione principale, come è scritto sul sito del coordinamento no-triv, è politica: «Il voto del 17 Aprile è un voto immediatamente politico, in quanto, al di là della specificità del quesito, residuo di trabocchetti e scossoni, esso è l’UNICO STRUMENTO di cui i movimenti che lottano da anni per i beni comuni e per l’affermazione di maggiori diritti possono al momento disporre per dire la propria sulla Strategia Energetica nazionale che da Monti a Renzi resta l’emblema dell’offesa ai territori, alle loro prerogative, alla stessa Costituzione italiana».

Insomma l’intento è dichiarato: dare al governo un segnale contrario all’ulteriore sfruttamento dei combustibili fossili e a favore di un maggior utilizzo di fonti energetiche alternative. Dov’è la menzogna?
La terza. Sovente per condurre e magari vincere una battaglia di vasta portata è necessario agitare simboli e alzare vessilli. La storia è ricca di esempi. Malcom X forse non è stato uno stinco di santo, la sua figura resta tuttora controversa, ma le sue battaglie a favore dei diritti degli afroamericani e dei diritti umani in genere sono un’eredità importante. Andiamo più vicini ai nostri temi. La zoologa Dian Fossey ha adottato metodi non sempre ortodossi per combattere i cacciatori e i bracconieri locali, tuttavia il suo impegno per la salvaguardia dei gorilla di montagna resta cristallino. Anche Erin Brockovich ha usato metodi e un linguaggio poco ortodossi, questo però non le ha impedito di vincere la causa intentata contro la Pacific Gas & Electric, rea di aver contaminato con cromo esavalente le acque della città di Hinkley in California per oltre 30 anni, provocando tumori ai residenti.
Cosa c’entra tutto questo con le trivelle? Tutto e niente. Intendo però dire che le associazioni ambientaliste fanno il loro mestiere, che è poi quello di porre un argine al degrado del pianeta. E se ogni tanto agitano lo spauracchio del petrolio per destarci dal nostro torpore non mi scandalizzerei più di tanto. Nel nome dello stesso petrolio osservo ogni giorno cose ben peggiori.

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Matteo Renzi: “Italicum, se martedì non passa il governo va a casa”

30/05/2013 Roma, presentazione del libro ' Oltre la rottamazione ' . Nella foto Matteo Renzi
 Nella foto Matteo Renzi

“Martedì il governo deciderà se porre la questione di fiducia per l’approvazione della legge elettorale”, ha esordito Matteo Renzi con Lilli Gruber, conduttrice del programma Otto e mezzo. “Se l’Italicum non passa – ha aggiunto – il governo cadrà. Io non sono qui per stare con le terga attaccate alla poltrona. I signori del Parlamento hanno l’occasione di mandarmi a casa. Lo facciano”, ha sfidato l’aula l’uomo da Rignano sull’Arno. Alla Gruber che gli chiedeva le sue previsioni riguardo al voto in Parlamento, Renzi ha spiegato: “Credo che faranno passare la legge.Matteo Renzi Sta in un pacchetto di proposte che abbiamo avanzato in varie occasioni e discusso. Altrimenti che si fa, facciamo finta di niente? Possono mandarmi a casa, ma non fermarmi”. Il premier ha detto inoltre di non credere che “il Pd si spaccherà, abbiamo detto che si rispetta il volere della maggioranza. Democrazia è dove si vota e si decide a maggioranza, se no si chiamerebbe anarchia”. Le parole di Renzi sono arrivate poco dopo l’ultimo durissimo attacco di Massimo D’Alema, che da Padova ha spiegato che Renzi “dovrebbe preoccuparsi di governare e non della legge elettorale, che non gli compete”. E ancora: “Credo che il Parlamento abbia diritto di approvare la legge elettorale liberamente, votando e mi pare che il testo sostenuto dal governo sia meritevole di miglioramenti. D’altro canto – ha aggiunto D’Alema – questi miglioramenti sono stati proposti”. La legge elettorale, ha concluso D’Alema, “è materia squisitamente parlamentare: il governo dovrebbe occuparsi di governare, di lavoro, di affrontare le emergenze internazionali e lasciare che il Parlamento discuta liberamente delle leggi. Questa sarebbe la normalità democratica”.

FONTE: http://www.liberoquotidiano.it/news/politica/11782535/Matteo-Renzi—Italicum-.html#.VTswgTpZYA0.facebook

Palazzo Italia: gru, calcinacci, zero arredi Così appare il fiore all’occhiello di Expo

Expo 2015, dentro il cantiere di Palazzo Italia a nove giorni dal via (22/04)

A pochi giorni dall’inaugurazione di Expo il Primo maggio, si vedono calcinacci ovunque, tra gru e operai al lavoro. Varcando la soglia di Palazzo Italia, fiore all’occhiello del paese ospitante, ad accoglierci c’è solo la gigantesca struttura, il resto è ancora ‘work in progress’. Gli enormi pannelli sono stati sistemati, e cinque uomini si apprestano a rendere agibile il piano superiore, mentre i servizi igienici sono ancora in fase di realizzazione. “Qua faranno una grande figura di merda. Ti sembra normale che a una settimana dall’inizio sia tutto ancora così?”. Non ha mezze misure, Luca (nome di fantasia), addetto che ci accompagna all’interno del mega cantiere di Expo a Rho. E a guardare l’avanzamento dei lavori le perplessità sono molte. All’esterno dell’enorme stand tricolore, il manto stradale è ancora tutto da asfaltare: “Ci vorrà almeno una settimana”, sentenzia Luca senza incertezze. Passeggiando tra i tanti padiglioni, ci si imbatte in grandi buche rotonde: “Devono ancora piantate gli alberi”, osserva Luca. E mentre passiamo tra le ruspe, amaramente dichiara: “Non ce la faranno mai. Una volta finito, devono portare via tutta la merda che rimane”, dice riferendosi ai troppimateriali di scarto, rifiuti e calcinacci disseminati ovunque. Altra nota dolente, poi, la sicurezza. E’ noto che i collaudi saranno sostituiti da autocertificazioni. “Bisogna solo essere ottimisti e sperare che non crolli nulla”. Perché se il mondo è stato creato in sette giorni, per l’Expo sembrano davvero troppo pochi  di Valerio Lo Muzio.

FONTE ARTICOLO E VIDEO: http://tv.ilfattoquotidiano.it/2015/04/24/expo-ecco-il-cantiere-di-palazzo-italia-laddetto-pronti-sara-una-figura-di-merda/364088/

Se Renzi lascia in magazzino il radar che ferma i clandestini

CatturaEsiste un sistema avanzato di controllo delle frontiere fatto di “radar, sensori a infrarossi e sistemi di comando a tre livelli”, commissionato dall’ex rais Muhammar Gheddafi e realizzato da Finmeccanica.

“Basterebbe attivarlo e gran parte dei problemi sarebbero risolti – spiega l’ex presidente di Finmeccanica Pierfrancesco Guarguaglini in una intervista al Tempo – ma attualmente parte è imballato in un deposito a Bengasi e parte non è mai partito dall’Italia perché tutto si bloccò con la caduta di Gheddafi”.

Il sistema costava 300 milioni di euro. “La metà li doveva mettere l’Italia, gli altri 150 milioni la Libia – racconta Guarguaglini – ma alla fine intervenne Nicolas Sarkozy”. Il presidente francese promise alla Libia che l’Unione europea avrebbe pagato gli altri 150 milioni di Euro. “L’appunto arrivò ai burocrati europei ma restò solo un pezzo di carta – continua ancora Guarguaglini – alla fine pagammo tutto noi”. Il sistema è di quelli ancora all’avanguardia. “Se è ancora funzionante, installato – assicura l’ex presidente di Finmeccanica – può ancora monitorare e bloccare chi varca il confine”.

Nell’intervista al Tempo Guarguaglini si toglie anche qualche sassolino dalla scarpa. E, parlando proprio di Finmeccanica, fa notare come, da quando è andato via, alla società manchi “una strategia orientata al mercato”. “Manca una visione globale del business che si sviluppa soprattutto all’estero”, dice l’ex presidente. Quanto alle inchieste penali che lo hanno coinvolto, ammette di essere rimasto con molta amarezza: “Non ho mai preso soldi. E se avessi sospettato che qualcuno lo avesse fatto, lo avrei denunciato”.

FONTE ARTICOLO: http://www.ilgiornale.it/news/se-renzi-lascia-magazzino-radar-che-ferma-i-clandestini-1119717.html