Il TTIP minaccia incombente dagli USA

Il TTIP la grande minaccia incombente dagli USA, cambierà in peggio le nostre vite se non riducendo drasticamente le aspettative di vita di ognuno di noi.

Che cos’è il TTIP?
Il TTIP è un trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico che ha l’intento dichiarato di modificare regolamentazioni e standard (le cosiddette “barriere non tariffarie”) e di abbattere dazi e dogane tra Europa e Stati Uniti rendendo il commercio più fluido e penetrante tra le due sponde dell’oceano.

L’idea sembrerebbe buona. Perché qualcuno lo definisce “pericoloso”?
Condividiamo la definizione perché, in realtà questo trattato, che viene negoziato in segreto tra Commissione UE e Governo USA, vuole costruire un blocco geopolitico offensivo nei confronti di Paesi emergenti come Cina, India e Brasile creando un mercato interno tra noi e gli Stati Uniti le cui regole, caratteristiche e priorità non verranno più determinate dai nostri Governi e sistemi democratici, ma modellate da organismi tecnici sovranazionali sulle esigenze dei grandi gruppi transnazionali.

I soliti “tecnici” che “rubano” il potere alla politica.
Infatti. Il TTIP prevede l’introduzione di due organismi tecnici potenzialmente molto potenti e fuori da ogni controllo da parte degli Stati e quindi dei cittadini. Il primo, un meccanismo di protezione degli investimenti (Investor-State Dispute Settlement – ISDS), consentirebbe alle imprese italiane o USA di citare gli opposti governi qualora democraticamente introducessero normative, anche importanti per i propri cittadini, che ledessero i loro interessi passati, presenti e futuri.

Le aziende citerebbero gli Stati in tribunale.
Non solo; le vertenze non verrebbero giudicate da tribunali ordinari che ragionano in virtù di tutta la normativa vigente, come è già possibile oggi, ma da un consesso riservato di avvocati commerciali superspecializzati che giudicherebbero solo sulla base del trattato stesso se uno Stato – magari introducendo una regola a salvaguardia del clima, o della salute – sta creando un danno a un’impresa. Se venisse trovato colpevole, quello stato o comune, o regione, potrebbe essere costretto a ritirare il provvedimento o ad indennizzare l’impresa. Pensiamo ad un caso come quello dell’Ilva a Taranto, o della diossina a Seveso, e l’ingiustizia è servita.

Una giustizia “privatizzata”, insomma.
Non è l’unica questione. Un altro organismo di cui viene prevista l’introduzione è il Regulatory Cooperation Council: un organo dove esperti nominati della Commissione UE e del ministero USA competente valuterebbero l’impatto commerciale di ogni marchio, regola, etichetta, ma anche contratto di lavoro o standard di sicurezza operativi a livello nazionale, federale o europeo. A sua discrezione sarebbero ascoltati imprese, sindacati e società civile. A sua discrezione sarebbe valutato il rapporto costi/benefici di ogni misura e il livello di conciliazione e uniformità tra USA e UE da raggiungere, e quindi la loro effettiva introduzione o mantenimento. Un’assurdità antidemocratica che va bloccata, a mio avviso, il prima possibile.

Per chi è allora vantaggioso il TTIP?
Il ministero per lo Sviluppo economico ha commissionato a Prometeia s.p.a. una prima valutazione d’impatto mirata all’Italia, alla base di molte notizie di stampa e interrogazioni parlamentari. Scorrendo dati e previsioni apprendiamo che i primi benefici delle liberalizzazioni si manifesterebbero nell’arco di tre anni dall’entrata in vigore dell’accordo: il 2018, al più presto. Il TTIP porterebbe, entro i tre anni considerati, da un guadagno pari a zero in uno scenario cauto, ad uno +0,5% di PIL in uno scenario ottimistico: 5,6 miliardi di euro e 30mila posti di lavoro grazie a un +5% dell’export per il sistema moda, la meccanica per trasporti, un po’ meno da cibi e bevande e da uno scarso +2% per prodotti petroliferi, prodotti per costruzioni, beni di consumo e agricoltura. L’Organizzazione mondiale del Commercio ci dice che le imprese italiane che esportano sono oltre 210mila, ma è la top ten che si porta a casa il 72% delle esportazioni nazionali (ICE – Sintesi Rapporto 2012-2013: “L’Italia nell’economia internazionale”). Secondo l’ICE, in tutto nel 2012 le esportazioni di beni e servizi dell’Italia sono cresciute in volume del 2,3%, leggermente al di sotto del commercio mondiale. La loro incidenza sul PIL ha sfiorato il 30% in virtù dell’austerity e della crisi dei consumi che hanno depresso il prodotto interno. L’Italia è dunque riuscita a rosicchiare spazi di mercato internazionale contenendo i propri prezzi, senza generare domanda interna né nuova occupazione. Quindi prima di chiudere i conti potremmo trovarci invasi da prodotti USA a prezzi stracciati che porterebbero danni all’economia diffusa, e soprattutto all’occupazione, molto più ingenti di questi presunti guadagni per i soliti noti. Danni potenziali che né la ricerca condotta da Prometeia né il nostro Governo al momento hanno quantificato o tenuto in considerazione.

È vero che, nonostante l’enorme importanza della questione, il Parlamento europeo non abbia accesso a tutte le informazioni sul modo in cui si svolgono gli incontri e sullo stato di avanzamento delle trattative?
Il Parlamento europeo, dopo aver votato nel 2013 il mandato a negoziare esclusivo alla Commissione – come richiede il Trattato di Lisbona – potrà soltanto porre dei quesiti circostanziati, cui la Commissione può rispondere ma nel rispetto della riservatezza obbligatoria in tutti i negoziati commerciali bilaterali, sempre secondo il Trattato, e poi avrà diritto di voto finale “prendi o lascia”, quando il negoziato sarà completato. Nel frattempo non ha diritto né di accesso né di intervento sul testo. I Governi stessi dell’Unione, se vorranno avere visione delle proposte USA, dovranno – a quanto sembra al momento – accedere a sale di sola lettura approntate nelle ambasciate USA (non si capisce se in quelle di tutti gli Stati UE o solo a Bruxelles, e non potranno nemmeno prendere appunti o farne copia. Un assurdo, considerata la tecnicità e complessità dei testi negoziali.

Quali effetti potrà produrre l’accordo se verrà approvato nella sua forma attuale?
Tutti i settori di produzione e consumo come cibo, farmaci, energia, chimica, ma anche i nostri diritti connessi all’accesso a servizi essenziali di alto valore commerciale come la scuola, la sanità, l’acqua, previdenza e pensioni, sarebbero tutti esposti a ulteriori privatizzazioni e alla potenziale acquisizione da parte delle imprese e dei gruppi economico-finanziari più attrezzati, e dunque più competitivi. Senza pensare che misure protettive, come i contratti di lavoro, misure di salvaguardia o protezione sociale o ambientale, potrebbero essere spazzati via a patto di affidarsi allo studio legale giusto e ben accreditato.

Il TTIP produrrà dei rischi per i cittadini?
Tom Jenkins della Confederazione sindacale europea (ETUC), nell’incontro con la Commissione del 14 gennaio scorso, ha ricordato che gli Stati Uniti non hanno ratificato diverse convenzioni e impegni internazionali ILO e ONU in materia di diritti del lavoro, diritti umani e ambiente. Questo rende, ad esempio, il loro costo del lavoro più basso e il comportamento delle imprese nazionali più disinvolto e competitivo, in termini puramente economici, anche se più irresponsabile. A sorvegliare gli impatti ambientali e sociali del TTIP, ha rassicurato la Commissione, come nei più recenti accordi di liberalizzazione siglati dall’UE, ci sarà un apposito capitolo dedicato allo Sviluppo sostenibile che metterà in piedi un meccanismo di monitoraggio specifico, partecipato da sindacati e società civile d’ambo le regioni.

È il primo caso del genere? O c’è qualche “antenato”?
Un meccanismo simile è entrato in vigore da meno di un anno tra UE e Korea, con la quale l’Europa ha sottoscritto un trattato di liberalizzazione commerciale molto simile anche strutturalmente al TTIP, facendo finta di non ricordare che come gli USA la Korea si è sottratta a gran parte delle convenzioni ILO e ONU. Imprese, sindacati e ONG che fanno parte dell’analogo organo creato per monitorare la sostenibilità sociale e ambientale del trattato UE-Korea, hanno protestato con la Commissione affinché avvii una procedura di infrazione contro la Korea per comportamento antisindacale, e ancora aspettano una risposta (http://goo.gl/82OLmh). Perché dovremmo pensare che gli USA, molto più potenti e contrattualmente forti si dovrebbero piegare alle nostre esigenze, considerando che sono tra i pochi Paesi che non si sono mai piegati a impegni obbligatori a salvaguardia della salute, o dell’ambiente come il Protocollo di Kyoto appena archiviato anche grazie alla loro ferma opposizione?

Il TTIP può produrre danni per la salute?
Faccio un solo esempio, basato sulla storia. Nel 1988 l’UE ha vietato l’importazione di carni bovine trattate con certi ormoni della crescita cancerogeni. Per questo è stata obbligata a pagare a USA e Canada dal Tribunale delle dispute dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) oltre 250 milioni di dollari l’anno di sanzioni commerciali nonostante le evidenze scientifiche e le tante vittime. Solo nel 2013 la ritorsione è finita quando l’Europa si è impegnata ad acquistare dai due concorrenti carne di alta qualità fino a 48.200 tonnellate l’anno, alla faccia del libero commercio. Sarà una coincidenza, ma in un documento congiunto dell’ottobre 2012 BusinessEurope e US Chamber of Commerce, le due più potenti lobby d’impresa delle due sponde dell’oceano, avevano chiesto ai propri Governi proprio di avviare una “cooperazione sui meccanismi di regolazione”, che consentisse alle imprese di contribuire alla loro stessa stesura (http://goo.gl/HlqhTc).

Esistono alternative al TTIP? A cosa potrebbero aspirare i cittadini del mondo afflitti dall’attuale crisi economica?
Da molti anni non solo movimenti, associazioni, reti sindacali ma anche istituzioni internazionali come FAO e UNCTAD, le agenzie ONU che lavorano su Agricoltura, Commercio e Sviluppo, richiamano l’attenzione sul fatto che rafforzare i mercati locali, con programmazioni territoriali regionali e locali più attente basate su quanto ci resta delle risorse essenziali alla vita e quanti bisogni essenziali dobbiamo soddisfare per far vivere dignitosamente più abitanti della terra possibili, potrebbe aiutarci ad uscire dalla crisi economica, ambientale, ma soprattutto sociale che stiamo vivendo, prevedibilmente, da tanti anni. Stiamo facendo finta di niente, continuando a percorrere strade, come quella della iperliberalizzazione forzata stile IL TTIP, che fanno male non solo al pianeta e alle comunità umane, ma allo stesso commercio che è in contrazione dal 2009 e non si sta più espandendo. Da quando la piena occupazione europea e statunitense, che con redditi veri e capienti sosteneva produzione e consumi globali, sono diventate un miraggio, anche la crescita dei popolatissimi Paesi emergenti, che hanno fatto la propria fortuna grazie alla commercializzazione del loro capitale ambientale e umano a prezzi stracciati e ad alti costi ambientali e sociali, non è riuscita più a sostenere il paradigma della crescita infinita che si è rivelato per quello che era: falso e insensato. I poveri, che crescono a vista d’occhio e devono lavorare oltre le 10 ore al giorno per un pugno di spiccioli, consumano prodotti poveri e sempre meno; i ricchi, che sono sempre più ricchi ma anche sempre meno, consumano tanto e malissimo, e non creano benessere diffuso. Abbiamo la grande opportunità di voltare pagina, e di tentare di dare a questo pianeta ancora un po’ di futuro, rimettendo al centro della politica i beni comuni e i diritti. Col il TTIP, al contrario, ci chiuderemo le poche finestre di possibilità ancora aperte. Con la Campagna Stop TTIP, che raccoglie solo in Italia oltre 60 tra associazioni, sindacati, enti pubblici, cittadini e comunità, vogliamo fermare questa deriva e diffondere tutte le alternative possibili e più efficaci delle vecchie ricette fallimentari che continuiamo a subire.

Il TTIP e’ oarte di una piu’ ampia strategia americana per espandere le loro esportazioni e al contempo contenere le esportazioni della Cina. Un accordo analogo e’ gia’ stato concluso con il Giappone e altri Paesi asiatici. Se si concludesse quello con l’Europa si chiuderebbe il cerchio protezionista intorno alla Cina e alla Russia, i soliti cattivi della storia. Ma l’aspetto commerciale, che danneggierebbe gravemente le esportazioni europee a vantaggio di quelle americane, e’ solo un aspetto del problema. Ci sono poi quelli della salute umana, della protezione dell’ambiente, del trattamento umanitario degli animali, degli ogm. Come la stessa famiglia Obama ha piu’ volte evidenziato, l’alimentazione degli americani non e’ delle piu’ salutari perche’ dominata dal cibo spazzatura che ha delle pesanti ricadute sulla salute e sulla aspettativa di vita. Padronissimi gli americani di mangiare tutte le porcherie che vogliono, in omaggio ai profitti delle multinazionali, noi ci accontentiamo della miserabile dieta mediterranea. Da rilevare infine che gli accordi tipo il TTIP sono in netto contrasto con la tanto sbandierata globalizzazione, che e’ stata subito archiviata dagli USA quando hanno capito di non essere piu’ competitivi sul mercato globale.

FONTE

Londra – Il primo sindaco musulmano

Trionfo per Sadiq Khan: Londra elegge il primo sindaco musulmano

LONDRA – «Questa è una storia di Londra: fatta di lavoro duro, una mano che ti aiuta, la consapevolezza che puoi arrivare dove vuoi». Sadiq Khan, 45 anni, due figli, avvocato, è il primo sindaco musulmano di una grande metropoli occidentale.

Ha schiantato Zac Goldsmith, candidato conservatore, e con il 44% dei voti (quando il “primo spoglio” si è ormai concluso) succede al biondo eccentrico esponente Tory, Boris Johnson. Una vittoria annunciata da sondaggi compatti nel disegnare il profilo del figlio di un autista di bus di origine pachistana come quello dell’uomo prescelto da una popolazione eterogenea, incline, però, al voto trasversale. Per vincere, Sadiq Khan ha dovuto pescare anche nella riserva delle classi medie e medio alte, naturalmente vicine ai Tory e quindi al volto, rassicurante, di Zac Goldsmith, sposato Rothschild, quintessenza di una Old Britannia che galleggia ancora sulle acque del Tamigi.

 

È la Londra capitale universale, che schiaccia la Londra squisitamente e solamente inglese? Anche. La vittoria di Sadiq Khan ha molte letture – non ultima il sì a Brexit sventolato da Zac Goldsmith – ma la più evidente è che questa città non ha avuto paura di sé stessa, non ha ceduto alla reazione, bocciando, in nome del conflitto fra fedi e fra razze che il terrorismo di matrice islamica tenta di esportare in Europa, un candidato musulmano. E non solo per la religione. Sadiq Khan è partner in uno dei maggiori studi legali specializzato in diritti umani nel Regno Unito. Ha difeso personaggi in odore di preoccupante radicalismo, s’è battuto per loro davanti ai tribunali di mezza Europa compresa la Corte di Giustizia. Impegno che non gli ha evitato minacce di morte quando fu fra i firmatari della legge su matrimoni fra persone dello stesso sesso.

Continua a leggere

 

 

Rivoluzione greca, ma i Tg hanno ordini di censurare

In Grecia è rivoluzione, ma i Tg hanno ordini di censurare la rivoluzione greca perché hanno paura di un contagio e che scoppi una rivolta in tutta Europa.

Sono ore drammatiche in Grecia, dove il popolo si e’ accampato sotto al parlamento per mandare avanti lsa Rivoluzione greca e protestare contro le misure di austerità dettate ancora una volta dalla Troika. Bisogna condividere! I mi piace non servono! I media vi stanno nascondendo ciò che sta accadendo in Grecia perché hanno paura di un contagio e che scoppi una rivoluzione in tutta Europa.

I rappresentanti del mondo dell’agricoltura hanno invaso le strade della capitale con mezzi pesanti agricoli paralizzando di fatto tutto. I media italiani tacciono impegnati a distrarre l’opinione pubblica con programmi televisivi spazzatura.

I manifestanti hanno tentato di entrare all’interno del palazzo ma la polizia li ha respinti usando gas lacrimogeni. Ad Atene si è realizzata una nuova giornata di proteste, scioperi e tensioni. Almeno un migliaio di coltivatori si sono ritrovati nella capitale ellenica in segno di protesta contro l’aumento delle tasse previsto dal Governo e contro la riforma delle pensioni, la cui misura più contestata è il taglio (dal 15 al 30%) per gli assegni dei pensionati che lasceranno il lavoro a partire dal 2016.

Sarebbe questo l’ennesimo provvedimento emanato ai danni dei pensionati greci negli ultimi sei anni. I sindacati di categoria denunciano che le misure richieste da Ue e Fmi porterebbero a un taglio del‘85% del reddito annuo di diversi attori sociali: in primis gli agricoltori.

Guarda i video:

Vedi la fonte per la Rivoluzione greca

Svizzera alza difese: carrarmati al confine con l’Italia

ROMA (WSI) – Dopo l’Austria anche la Svizzera minaccia di mettere a repentaglio o nella migliore delle ipotesi congelare gli accordi di Schengen per la libera circolazione delle persone. Il Consiglio Federale, i Cantoni e i Comuni elvetici hanno infatti deciso di prendere contromisure al previsto arrivo di 300.0000 profughi in Italia per l’estate 2016.

Una di queste iniziative prevede il dispiego di carrarmati e soldati al confine. L’iniziativa anti migranti si iscrive nell’ambito di un piano di emergenza congiunto in tema di asilo dei profughi. Molto sensibile alla questione è in particolare il canton Ticino, che ha espresso una seria preoccupazione e proposto quindi un’intensificazione dei controlli alle frontiere con l’Italia.

Secondo il consigliere di Stato Norman Gobbi, si legge sulle agenzie stampa, “è altamente probabile che si verifichi una situazione straordinaria al sud della Svizzera interessando in particolar modo il canton Ticino“.

Dal momento che non è ancora possibile prevedere come si evolverà la situazione, riferiscono le autorità svizzere, il piano di emergenza prevede tre scenari ipotetici:

  1. 10.000 domande d’asilo in 30 giorni;
  2. 10.000 domande al mese per tre mesi;
  3. 30.000 attraversamenti irregolari delle frontiere nell’arco di pochi giorni.

L’obiettivo principale è quello di riuscire a registrare e controllare tutti i richiedenti prima della loro assegnazione ai Cantoni – anche nel caso di un repentino e forte aumento delle domande. La Svizzera insomma, deve essere anche in grado di fornire un alloggio e assistere tutti i richiedenti.

Due mila soldati e carrarmati pronti a intervenire

I parametri del progetto potenzialmente ‘esplosivo’, perché rischia di surriscaldare le tensioni quest’estate tra Berna e Roma, definiscono le competenze degli attori coinvolti. Tutti sono d’accordo nel mantenere in linea di massima l’attuale attribuzione delle competenze e l’ordinaria ripartizione dei compiti tra i vari partner dei tre livelli statali.

Nei giorni scorsi l’Austria ha deciso di intensificare i controlli al confine e rafforzare le recinzioni all’altezza del Brennero, minacciando anche una chiusura del passo. La notizia ha scaturito non poche polemiche, ma l’esecutivo sembra tirare dritto nel voler bloccare le frontiere per fermare l’afflusso di migranti provenienti dall’Italia e che il governo Renzi potrebbe perdere di vista.

La Svizzera è preoccupata proprio da quello che farà l’Austria. Se decidesse di chiudere il passo del Brennero sul suo territorio è altamente probabile che arrivino più migranti del previsto oltralpe. In quel caso la Svizzera potrebbe addirittura schierare i carrarmati al confine con l’Italia e migliaia di soldati elvetici sono pronti a intervenire in tempi rapidi in caso di bisogno.

La Svizzera diventerebbe così l’unico passaggio per il Nord Europa. Per scongiurare una crisi, “dobbiamo proteggerci”, ha detto Gobbi al quotidiano austriaco Kronen Zeitung. La regione confinante con l’Italia ha all’incirca due mila soldati del battaglione svizzero dotati di carrarmati e mezzi pesanti che sono stati messi in allerta. A questi è stato chiesto di rimandare le vacanze, in modo da essere sempre a disposizione.

Fonti principali: Wallstreetitalia ; RT ; Blick 

 

Referendum Trivelle. Bugie e verità

Referendum Trivelle. Ecco le Bugie.

Ormai se ne dicono di ogni riguardo al Referendum Trivelle del 17 aprile, per chi ha le idee confuse abbiamo pubblicato questo piccolo gif, che vi aiuterà a capire meglio la situazione. Più che farvi i disegnini non sappiamo più che cosa fare…

QUINDI AL Referendum Trivelle VAI A VOTARE E VOTA SI!

via GIPHY

Oggi in Italia abbiamo 130 piattaforme marine da cui si prelevano gas e petrolio. E i pozzi marini collocati in prossimità della costa, cioè entro il limite delle 12 miglia – sui quali avrà eventualmente potere di agire la risposta referendaria, tra l’altro solo quando scadranno le concessioni – sono poche.

Tuttavia vorrei svolgere un tre considerazioni.

La prima. Si sottolinea che delle 26 concessioni produttive interessate dal quesito, solamente 4 prevedono l’estrazione di petrolio. E allora? Le altre sono meno pericolose? In Adriatico è stato finora registrato solo un grave incidente: accadde negli anni Sessanta, una fuoriuscita di metano dalla piattaforma Paguro al largo di Ravenna con conseguente incendio. Greenpeace inoltre ha di recente ha pubblicato uno studio realizzato dall’ISPRA, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca: mostra che tra il 2012 e il 2014 ci sono stati dei superamenti dei livelli stabiliti dalla legge per gli agenti inquinanti nel corso della normale amministrazione di alcuni dei 130 impianti attualmente in funzione in Italia.

La seconda. Gli stessi promotori del referendum hanno spiegato che in ogni caso l’inquinamento non è la priorità che ha reso necessario il Referendum Trivelle . La ragione principale, come è scritto sul sito del coordinamento no-triv, è politica: «Il voto del 17 Aprile è un voto immediatamente politico, in quanto, al di là della specificità del quesito, residuo di trabocchetti e scossoni, esso è l’UNICO STRUMENTO di cui i movimenti che lottano da anni per i beni comuni e per l’affermazione di maggiori diritti possono al momento disporre per dire la propria sulla Strategia Energetica nazionale che da Monti a Renzi resta l’emblema dell’offesa ai territori, alle loro prerogative, alla stessa Costituzione italiana».

Insomma l’intento è dichiarato: dare al governo un segnale contrario all’ulteriore sfruttamento dei combustibili fossili e a favore di un maggior utilizzo di fonti energetiche alternative. Dov’è la menzogna?
La terza. Sovente per condurre e magari vincere una battaglia di vasta portata è necessario agitare simboli e alzare vessilli. La storia è ricca di esempi. Malcom X forse non è stato uno stinco di santo, la sua figura resta tuttora controversa, ma le sue battaglie a favore dei diritti degli afroamericani e dei diritti umani in genere sono un’eredità importante. Andiamo più vicini ai nostri temi. La zoologa Dian Fossey ha adottato metodi non sempre ortodossi per combattere i cacciatori e i bracconieri locali, tuttavia il suo impegno per la salvaguardia dei gorilla di montagna resta cristallino. Anche Erin Brockovich ha usato metodi e un linguaggio poco ortodossi, questo però non le ha impedito di vincere la causa intentata contro la Pacific Gas & Electric, rea di aver contaminato con cromo esavalente le acque della città di Hinkley in California per oltre 30 anni, provocando tumori ai residenti.
Cosa c’entra tutto questo con le trivelle? Tutto e niente. Intendo però dire che le associazioni ambientaliste fanno il loro mestiere, che è poi quello di porre un argine al degrado del pianeta. E se ogni tanto agitano lo spauracchio del petrolio per destarci dal nostro torpore non mi scandalizzerei più di tanto. Nel nome dello stesso petrolio osservo ogni giorno cose ben peggiori.

Fonte

Marea nera in Tunisia – Il 17 aprile votate “SI AL DIVIETO DI TRIVELLAZIONI

Il 17 aprile votate “SI AL DIVIETO DI TRIVELLAZIONI

Non solo Brasile, non solo Golfo del Messico e California. L’ennesimo disastro ambientale si sta consumando a due passi dalle nostre coste e sta passando ancora una volta sotto silenzio. Mentre in Italia ci si interroga ancora sulla necessità o meno di votare al referendum sulle trivellazioni in mare, la Tunisia sta facendo i conti con una nuova marea nera a 120 km da Lampedusa.

Una fuoriuscita di petrolio è stata confermata a largo delle isole Kerkennah, uno degli habitat della Tunisia più ricchi di fauna selvatica. Le Kerkenna sono un gruppo di isole situato al largo di Sfax, sulla costa orientale della Tunisia, nel Golfo di Gabès. La perdita ha avuto origine nelle condotte sottomarine appartenenti alle Thyna Petroleum Services (TPS).

Parlando a MosaiqueFM, Ridha Ammar, amministratore delegato della New Society of Transport in Kerkennah ha confermato la fuoriuscita, dicendo che la spiaggia più colpita è quella di Sidi Fraj.

A scoprire la marea nera sulla spiaggia qualche giorno fa sono stati gli stessi isolani, che hanno poi avvertito le alle autorità locali.

Le immagini e i video del danno ambientale subito da uno dei più spettacolari habitat naturali della Tunisia hanno fatto il giro del web ma purtroppo sui media non se n’è parlato quasi per niente.

Ammar ha dichiarato che la fuoriuscita arriva dalla piattaforma di una delle società tunisine.

mappa Kerkennah

Taoufik Gargouri, della National Agency for Environmental Protection, ha confermato che un gruppo di esperti sta indagando sull’origine e le possibili conseguenze.

Ma qualcosa non torna. Morched Garbouj, ingegnere che si occupa di difesa ambientale, ha espresso sorpresa per i commenti di Gargouuri, raccontando invece che i residenti non avevano notato alcuna attività ufficiale nel luogo della fuoriuscita, prima della loro denuncia. Garbouj ha spiegato che la perdita avrà un effetto dannoso sulla vita dell’isola:

“Questa è una crisi nazionale e deve essere considerata come tale dalle autorità”.

Il Ministro dell’ambiente Nejib Derouiche ha visitato la zona e ha chiesto al governatore dell’isola di organizzare una riunione d’emergenza della Commissione ambiente regionale per cercare di contrastare la perdita.

Tutto questo accade a meno di un mese dalla nostra chiamata alla urne, per il referendum sulle trivelle. Gli incidenti legati al petrolio e le loro conseguenze non sono poi così rari e lontani da noi.

Il Coordinamento Nazionale NoTriv ha ribadito che non esistono progetti petroliferi immuni dal rischio di incidenti rilevanti.

“Anche se le dinamiche non sono ancora chiare, questo incidente ci dimostra non solo che è importante andare a votare ma che occorre portare la questione nelle reti europee, aprendo un tavolo di confronto con i Paesi del Mediterraneo” ha detto il costituzionalista Enzo Di Salvatore.

“Un incidente scomodo a pochi giorni dal referendum del 17 aprile sulle trivellazioni in mare nel nostro Paese e passato in sordina: una marea nera che si è riversata domenica 13 marzo sulle coste delle isole Kerkennah, nella regione di Sfax in Tunisia. Legambiente chiede al Governo di intervenire affinché si faccia chiarezza sull’entità dei danni e sulle responsabilità” ha detto Legambiente.

Guarda i video:

 

Pubblicato da Aahmed Taktak su Domenica 13 marzo 2016

 

TPS Kerkennah maree’ noireكارثة بيئية في قرقنة”بترول تسرب من جعبة مكسرة” ذالك ما يقوله موظف في شركة TPS, وشهود عيان على الأرض، ويقولون أيضا “أن الوضع تحت السيطرة في هذه المرحلة”، ندعو شركة TPS إلى تحمل مسؤولياتها و الاعلان رسميا عن ما حدث على الفور، ونعتبر هذا تطور خطير جدا واهالي قرقنة كلهم يتابعون ما يجري بقلق كبير!Video par M. S

Pubblicato da Kerkennah Pour Tous su Lunedì 14 marzo 2016

Per la presidente Rossella Muroni “non occorrono incidenti del genere per dimostrare che le attività di ricerca e di estrazione di idrocarburi possono avere un impatto rilevante sull’ecosistema marino – commenta- ma questi episodi drammatici fanno purtroppo da ulteriore monito sulle possibili conseguenze delle attività delle piattaforme”.

E c’è ancora chi si ostina a dire che trivellare è un bene, che non bisogna andare alle urne e che occorre votare No per salvare posti di lavoro. A che prezzo? E a favore di chi? Di certo non dei cittadini e del nostro mare…

Articolo di: Francesca Mancuso – Fonte

Se Renzi lascia in magazzino il radar che ferma i clandestini

CatturaEsiste un sistema avanzato di controllo delle frontiere fatto di “radar, sensori a infrarossi e sistemi di comando a tre livelli”, commissionato dall’ex rais Muhammar Gheddafi e realizzato da Finmeccanica.

“Basterebbe attivarlo e gran parte dei problemi sarebbero risolti – spiega l’ex presidente di Finmeccanica Pierfrancesco Guarguaglini in una intervista al Tempo – ma attualmente parte è imballato in un deposito a Bengasi e parte non è mai partito dall’Italia perché tutto si bloccò con la caduta di Gheddafi”.

Il sistema costava 300 milioni di euro. “La metà li doveva mettere l’Italia, gli altri 150 milioni la Libia – racconta Guarguaglini – ma alla fine intervenne Nicolas Sarkozy”. Il presidente francese promise alla Libia che l’Unione europea avrebbe pagato gli altri 150 milioni di Euro. “L’appunto arrivò ai burocrati europei ma restò solo un pezzo di carta – continua ancora Guarguaglini – alla fine pagammo tutto noi”. Il sistema è di quelli ancora all’avanguardia. “Se è ancora funzionante, installato – assicura l’ex presidente di Finmeccanica – può ancora monitorare e bloccare chi varca il confine”.

Nell’intervista al Tempo Guarguaglini si toglie anche qualche sassolino dalla scarpa. E, parlando proprio di Finmeccanica, fa notare come, da quando è andato via, alla società manchi “una strategia orientata al mercato”. “Manca una visione globale del business che si sviluppa soprattutto all’estero”, dice l’ex presidente. Quanto alle inchieste penali che lo hanno coinvolto, ammette di essere rimasto con molta amarezza: “Non ho mai preso soldi. E se avessi sospettato che qualcuno lo avesse fatto, lo avrei denunciato”.

FONTE ARTICOLO: http://www.ilgiornale.it/news/se-renzi-lascia-magazzino-radar-che-ferma-i-clandestini-1119717.html