Il TTIP minaccia incombente dagli USA

Il TTIP la grande minaccia incombente dagli USA, cambierà in peggio le nostre vite se non riducendo drasticamente le aspettative di vita di ognuno di noi.

Che cos’è il TTIP?
Il TTIP è un trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico che ha l’intento dichiarato di modificare regolamentazioni e standard (le cosiddette “barriere non tariffarie”) e di abbattere dazi e dogane tra Europa e Stati Uniti rendendo il commercio più fluido e penetrante tra le due sponde dell’oceano.

L’idea sembrerebbe buona. Perché qualcuno lo definisce “pericoloso”?
Condividiamo la definizione perché, in realtà questo trattato, che viene negoziato in segreto tra Commissione UE e Governo USA, vuole costruire un blocco geopolitico offensivo nei confronti di Paesi emergenti come Cina, India e Brasile creando un mercato interno tra noi e gli Stati Uniti le cui regole, caratteristiche e priorità non verranno più determinate dai nostri Governi e sistemi democratici, ma modellate da organismi tecnici sovranazionali sulle esigenze dei grandi gruppi transnazionali.

I soliti “tecnici” che “rubano” il potere alla politica.
Infatti. Il TTIP prevede l’introduzione di due organismi tecnici potenzialmente molto potenti e fuori da ogni controllo da parte degli Stati e quindi dei cittadini. Il primo, un meccanismo di protezione degli investimenti (Investor-State Dispute Settlement – ISDS), consentirebbe alle imprese italiane o USA di citare gli opposti governi qualora democraticamente introducessero normative, anche importanti per i propri cittadini, che ledessero i loro interessi passati, presenti e futuri.

Le aziende citerebbero gli Stati in tribunale.
Non solo; le vertenze non verrebbero giudicate da tribunali ordinari che ragionano in virtù di tutta la normativa vigente, come è già possibile oggi, ma da un consesso riservato di avvocati commerciali superspecializzati che giudicherebbero solo sulla base del trattato stesso se uno Stato – magari introducendo una regola a salvaguardia del clima, o della salute – sta creando un danno a un’impresa. Se venisse trovato colpevole, quello stato o comune, o regione, potrebbe essere costretto a ritirare il provvedimento o ad indennizzare l’impresa. Pensiamo ad un caso come quello dell’Ilva a Taranto, o della diossina a Seveso, e l’ingiustizia è servita.

Una giustizia “privatizzata”, insomma.
Non è l’unica questione. Un altro organismo di cui viene prevista l’introduzione è il Regulatory Cooperation Council: un organo dove esperti nominati della Commissione UE e del ministero USA competente valuterebbero l’impatto commerciale di ogni marchio, regola, etichetta, ma anche contratto di lavoro o standard di sicurezza operativi a livello nazionale, federale o europeo. A sua discrezione sarebbero ascoltati imprese, sindacati e società civile. A sua discrezione sarebbe valutato il rapporto costi/benefici di ogni misura e il livello di conciliazione e uniformità tra USA e UE da raggiungere, e quindi la loro effettiva introduzione o mantenimento. Un’assurdità antidemocratica che va bloccata, a mio avviso, il prima possibile.

Per chi è allora vantaggioso il TTIP?
Il ministero per lo Sviluppo economico ha commissionato a Prometeia s.p.a. una prima valutazione d’impatto mirata all’Italia, alla base di molte notizie di stampa e interrogazioni parlamentari. Scorrendo dati e previsioni apprendiamo che i primi benefici delle liberalizzazioni si manifesterebbero nell’arco di tre anni dall’entrata in vigore dell’accordo: il 2018, al più presto. Il TTIP porterebbe, entro i tre anni considerati, da un guadagno pari a zero in uno scenario cauto, ad uno +0,5% di PIL in uno scenario ottimistico: 5,6 miliardi di euro e 30mila posti di lavoro grazie a un +5% dell’export per il sistema moda, la meccanica per trasporti, un po’ meno da cibi e bevande e da uno scarso +2% per prodotti petroliferi, prodotti per costruzioni, beni di consumo e agricoltura. L’Organizzazione mondiale del Commercio ci dice che le imprese italiane che esportano sono oltre 210mila, ma è la top ten che si porta a casa il 72% delle esportazioni nazionali (ICE – Sintesi Rapporto 2012-2013: “L’Italia nell’economia internazionale”). Secondo l’ICE, in tutto nel 2012 le esportazioni di beni e servizi dell’Italia sono cresciute in volume del 2,3%, leggermente al di sotto del commercio mondiale. La loro incidenza sul PIL ha sfiorato il 30% in virtù dell’austerity e della crisi dei consumi che hanno depresso il prodotto interno. L’Italia è dunque riuscita a rosicchiare spazi di mercato internazionale contenendo i propri prezzi, senza generare domanda interna né nuova occupazione. Quindi prima di chiudere i conti potremmo trovarci invasi da prodotti USA a prezzi stracciati che porterebbero danni all’economia diffusa, e soprattutto all’occupazione, molto più ingenti di questi presunti guadagni per i soliti noti. Danni potenziali che né la ricerca condotta da Prometeia né il nostro Governo al momento hanno quantificato o tenuto in considerazione.

È vero che, nonostante l’enorme importanza della questione, il Parlamento europeo non abbia accesso a tutte le informazioni sul modo in cui si svolgono gli incontri e sullo stato di avanzamento delle trattative?
Il Parlamento europeo, dopo aver votato nel 2013 il mandato a negoziare esclusivo alla Commissione – come richiede il Trattato di Lisbona – potrà soltanto porre dei quesiti circostanziati, cui la Commissione può rispondere ma nel rispetto della riservatezza obbligatoria in tutti i negoziati commerciali bilaterali, sempre secondo il Trattato, e poi avrà diritto di voto finale “prendi o lascia”, quando il negoziato sarà completato. Nel frattempo non ha diritto né di accesso né di intervento sul testo. I Governi stessi dell’Unione, se vorranno avere visione delle proposte USA, dovranno – a quanto sembra al momento – accedere a sale di sola lettura approntate nelle ambasciate USA (non si capisce se in quelle di tutti gli Stati UE o solo a Bruxelles, e non potranno nemmeno prendere appunti o farne copia. Un assurdo, considerata la tecnicità e complessità dei testi negoziali.

Quali effetti potrà produrre l’accordo se verrà approvato nella sua forma attuale?
Tutti i settori di produzione e consumo come cibo, farmaci, energia, chimica, ma anche i nostri diritti connessi all’accesso a servizi essenziali di alto valore commerciale come la scuola, la sanità, l’acqua, previdenza e pensioni, sarebbero tutti esposti a ulteriori privatizzazioni e alla potenziale acquisizione da parte delle imprese e dei gruppi economico-finanziari più attrezzati, e dunque più competitivi. Senza pensare che misure protettive, come i contratti di lavoro, misure di salvaguardia o protezione sociale o ambientale, potrebbero essere spazzati via a patto di affidarsi allo studio legale giusto e ben accreditato.

Il TTIP produrrà dei rischi per i cittadini?
Tom Jenkins della Confederazione sindacale europea (ETUC), nell’incontro con la Commissione del 14 gennaio scorso, ha ricordato che gli Stati Uniti non hanno ratificato diverse convenzioni e impegni internazionali ILO e ONU in materia di diritti del lavoro, diritti umani e ambiente. Questo rende, ad esempio, il loro costo del lavoro più basso e il comportamento delle imprese nazionali più disinvolto e competitivo, in termini puramente economici, anche se più irresponsabile. A sorvegliare gli impatti ambientali e sociali del TTIP, ha rassicurato la Commissione, come nei più recenti accordi di liberalizzazione siglati dall’UE, ci sarà un apposito capitolo dedicato allo Sviluppo sostenibile che metterà in piedi un meccanismo di monitoraggio specifico, partecipato da sindacati e società civile d’ambo le regioni.

È il primo caso del genere? O c’è qualche “antenato”?
Un meccanismo simile è entrato in vigore da meno di un anno tra UE e Korea, con la quale l’Europa ha sottoscritto un trattato di liberalizzazione commerciale molto simile anche strutturalmente al TTIP, facendo finta di non ricordare che come gli USA la Korea si è sottratta a gran parte delle convenzioni ILO e ONU. Imprese, sindacati e ONG che fanno parte dell’analogo organo creato per monitorare la sostenibilità sociale e ambientale del trattato UE-Korea, hanno protestato con la Commissione affinché avvii una procedura di infrazione contro la Korea per comportamento antisindacale, e ancora aspettano una risposta (http://goo.gl/82OLmh). Perché dovremmo pensare che gli USA, molto più potenti e contrattualmente forti si dovrebbero piegare alle nostre esigenze, considerando che sono tra i pochi Paesi che non si sono mai piegati a impegni obbligatori a salvaguardia della salute, o dell’ambiente come il Protocollo di Kyoto appena archiviato anche grazie alla loro ferma opposizione?

Il TTIP può produrre danni per la salute?
Faccio un solo esempio, basato sulla storia. Nel 1988 l’UE ha vietato l’importazione di carni bovine trattate con certi ormoni della crescita cancerogeni. Per questo è stata obbligata a pagare a USA e Canada dal Tribunale delle dispute dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) oltre 250 milioni di dollari l’anno di sanzioni commerciali nonostante le evidenze scientifiche e le tante vittime. Solo nel 2013 la ritorsione è finita quando l’Europa si è impegnata ad acquistare dai due concorrenti carne di alta qualità fino a 48.200 tonnellate l’anno, alla faccia del libero commercio. Sarà una coincidenza, ma in un documento congiunto dell’ottobre 2012 BusinessEurope e US Chamber of Commerce, le due più potenti lobby d’impresa delle due sponde dell’oceano, avevano chiesto ai propri Governi proprio di avviare una “cooperazione sui meccanismi di regolazione”, che consentisse alle imprese di contribuire alla loro stessa stesura (http://goo.gl/HlqhTc).

Esistono alternative al TTIP? A cosa potrebbero aspirare i cittadini del mondo afflitti dall’attuale crisi economica?
Da molti anni non solo movimenti, associazioni, reti sindacali ma anche istituzioni internazionali come FAO e UNCTAD, le agenzie ONU che lavorano su Agricoltura, Commercio e Sviluppo, richiamano l’attenzione sul fatto che rafforzare i mercati locali, con programmazioni territoriali regionali e locali più attente basate su quanto ci resta delle risorse essenziali alla vita e quanti bisogni essenziali dobbiamo soddisfare per far vivere dignitosamente più abitanti della terra possibili, potrebbe aiutarci ad uscire dalla crisi economica, ambientale, ma soprattutto sociale che stiamo vivendo, prevedibilmente, da tanti anni. Stiamo facendo finta di niente, continuando a percorrere strade, come quella della iperliberalizzazione forzata stile IL TTIP, che fanno male non solo al pianeta e alle comunità umane, ma allo stesso commercio che è in contrazione dal 2009 e non si sta più espandendo. Da quando la piena occupazione europea e statunitense, che con redditi veri e capienti sosteneva produzione e consumi globali, sono diventate un miraggio, anche la crescita dei popolatissimi Paesi emergenti, che hanno fatto la propria fortuna grazie alla commercializzazione del loro capitale ambientale e umano a prezzi stracciati e ad alti costi ambientali e sociali, non è riuscita più a sostenere il paradigma della crescita infinita che si è rivelato per quello che era: falso e insensato. I poveri, che crescono a vista d’occhio e devono lavorare oltre le 10 ore al giorno per un pugno di spiccioli, consumano prodotti poveri e sempre meno; i ricchi, che sono sempre più ricchi ma anche sempre meno, consumano tanto e malissimo, e non creano benessere diffuso. Abbiamo la grande opportunità di voltare pagina, e di tentare di dare a questo pianeta ancora un po’ di futuro, rimettendo al centro della politica i beni comuni e i diritti. Col il TTIP, al contrario, ci chiuderemo le poche finestre di possibilità ancora aperte. Con la Campagna Stop TTIP, che raccoglie solo in Italia oltre 60 tra associazioni, sindacati, enti pubblici, cittadini e comunità, vogliamo fermare questa deriva e diffondere tutte le alternative possibili e più efficaci delle vecchie ricette fallimentari che continuiamo a subire.

Il TTIP e’ oarte di una piu’ ampia strategia americana per espandere le loro esportazioni e al contempo contenere le esportazioni della Cina. Un accordo analogo e’ gia’ stato concluso con il Giappone e altri Paesi asiatici. Se si concludesse quello con l’Europa si chiuderebbe il cerchio protezionista intorno alla Cina e alla Russia, i soliti cattivi della storia. Ma l’aspetto commerciale, che danneggierebbe gravemente le esportazioni europee a vantaggio di quelle americane, e’ solo un aspetto del problema. Ci sono poi quelli della salute umana, della protezione dell’ambiente, del trattamento umanitario degli animali, degli ogm. Come la stessa famiglia Obama ha piu’ volte evidenziato, l’alimentazione degli americani non e’ delle piu’ salutari perche’ dominata dal cibo spazzatura che ha delle pesanti ricadute sulla salute e sulla aspettativa di vita. Padronissimi gli americani di mangiare tutte le porcherie che vogliono, in omaggio ai profitti delle multinazionali, noi ci accontentiamo della miserabile dieta mediterranea. Da rilevare infine che gli accordi tipo il TTIP sono in netto contrasto con la tanto sbandierata globalizzazione, che e’ stata subito archiviata dagli USA quando hanno capito di non essere piu’ competitivi sul mercato globale.

FONTE

Svizzera alza difese: carrarmati al confine con l’Italia

ROMA (WSI) – Dopo l’Austria anche la Svizzera minaccia di mettere a repentaglio o nella migliore delle ipotesi congelare gli accordi di Schengen per la libera circolazione delle persone. Il Consiglio Federale, i Cantoni e i Comuni elvetici hanno infatti deciso di prendere contromisure al previsto arrivo di 300.0000 profughi in Italia per l’estate 2016.

Una di queste iniziative prevede il dispiego di carrarmati e soldati al confine. L’iniziativa anti migranti si iscrive nell’ambito di un piano di emergenza congiunto in tema di asilo dei profughi. Molto sensibile alla questione è in particolare il canton Ticino, che ha espresso una seria preoccupazione e proposto quindi un’intensificazione dei controlli alle frontiere con l’Italia.

Secondo il consigliere di Stato Norman Gobbi, si legge sulle agenzie stampa, “è altamente probabile che si verifichi una situazione straordinaria al sud della Svizzera interessando in particolar modo il canton Ticino“.

Dal momento che non è ancora possibile prevedere come si evolverà la situazione, riferiscono le autorità svizzere, il piano di emergenza prevede tre scenari ipotetici:

  1. 10.000 domande d’asilo in 30 giorni;
  2. 10.000 domande al mese per tre mesi;
  3. 30.000 attraversamenti irregolari delle frontiere nell’arco di pochi giorni.

L’obiettivo principale è quello di riuscire a registrare e controllare tutti i richiedenti prima della loro assegnazione ai Cantoni – anche nel caso di un repentino e forte aumento delle domande. La Svizzera insomma, deve essere anche in grado di fornire un alloggio e assistere tutti i richiedenti.

Due mila soldati e carrarmati pronti a intervenire

I parametri del progetto potenzialmente ‘esplosivo’, perché rischia di surriscaldare le tensioni quest’estate tra Berna e Roma, definiscono le competenze degli attori coinvolti. Tutti sono d’accordo nel mantenere in linea di massima l’attuale attribuzione delle competenze e l’ordinaria ripartizione dei compiti tra i vari partner dei tre livelli statali.

Nei giorni scorsi l’Austria ha deciso di intensificare i controlli al confine e rafforzare le recinzioni all’altezza del Brennero, minacciando anche una chiusura del passo. La notizia ha scaturito non poche polemiche, ma l’esecutivo sembra tirare dritto nel voler bloccare le frontiere per fermare l’afflusso di migranti provenienti dall’Italia e che il governo Renzi potrebbe perdere di vista.

La Svizzera è preoccupata proprio da quello che farà l’Austria. Se decidesse di chiudere il passo del Brennero sul suo territorio è altamente probabile che arrivino più migranti del previsto oltralpe. In quel caso la Svizzera potrebbe addirittura schierare i carrarmati al confine con l’Italia e migliaia di soldati elvetici sono pronti a intervenire in tempi rapidi in caso di bisogno.

La Svizzera diventerebbe così l’unico passaggio per il Nord Europa. Per scongiurare una crisi, “dobbiamo proteggerci”, ha detto Gobbi al quotidiano austriaco Kronen Zeitung. La regione confinante con l’Italia ha all’incirca due mila soldati del battaglione svizzero dotati di carrarmati e mezzi pesanti che sono stati messi in allerta. A questi è stato chiesto di rimandare le vacanze, in modo da essere sempre a disposizione.

Fonti principali: Wallstreetitalia ; RT ; Blick 

 

Emergenza profughi senza fine: “Accoglieteli nelle vostre case”

CatturaL’emergenza profughi ormai assedia il Nordest da mesi, con tutte le province del Triveneto sommerse di nuovi arrivi ben oltre la capacità massima ricettiva.

Ora, sotto la spinta dei nuovi arrivi di disperati che sbarcano sulle coste della Sicilia, bisogna prepararsi ad accoglierne altri. A coordinare l’emergenza, tra gli altri, il prefetto di Venezia Domenico Cuttaia, che ha invitato oggi i privati a mettere a disposizione gli appartamenti “per sistemare, provvisoriamente, gli immigrati in arrivo dalla Sicilia”.

In una nota sul proprio sito istituzionale, la prefettura del capoluogo lagunare si rivolge a una lunga serie di associazioni di categoria (ci sono Confindustria e Confartigianato ma anche Coldiretti e l’Associazione dei Piccoli Proprietari): la richiesta è quella di “segnalare le disponibilità di edifici, appartamenti, ambienti da adibire a sistemazione provvisoria delle persone”. Ma attenzione: non si parla solo di infrastrutture ed immobili degli enti, ma anche dei privati.

La prefettura infatti chiede di “segnalare l’appello anche agli associati” delle varie sigle, badando a “segnalare che l’eventuale disponibilità potrà concretizzarsi in un rapporto contrattuale con la prefettura, nell’ambito delle convenzioni stipulate con gestori che prevedono da parte dello Stato il pagamento di un corrispettivo sino a 35 euro al giorno per migrante”.

L’alternativa a un’accoglienza diffusa dei migranti sul territorio, ammonisce Cuttaia, è l’installazione delle famigerate tendopoli, che di certo non rappresenterebbero la soluzione migliore né per i migranti né per i residenti. Si tratta, certo, di “una pura ipotesi di extrema ratio” ma che “in alcune regioni confinanti costituisce già una realtà operativa”.

Contro l’accoglienza di altri migranti si è espresso anche il governatore del Veneto Luca Zaia, che ha sostenuto che l’arrivo di nuovi profughi “danneggerebbe il turismo, con un danno economico devastante”.

FONTE ARTICOLO: http://www.ilgiornale.it/news/cronache/emergenza-profughi-senza-fine-adesso-accoglieteli-nelle-case-1119531.html