Palestina senz’ acqua . Israele chiude i rubinetti durante il Ramadan

Palestina senz’ acqua . Israele ordina all’unica società idrica che fornisce acqua ai Territori palestinesi di interrompere la sua attività. Le ragioni rimangono sconosciute e il Ramadan inizia senz’acqua.

Palestina senz’ acqua e l’acqua, come tutti sanno è vita”. Lo ha ribadito June Kunugi, rappresentante Unicef per la Palestina, durante l’inaugurazione del primo impianto di desalinizzazione dell’acqua marina a Gaza. Proprio mentre Israele decideva di tagliare le forniture di acqua verso i territori della Cisgiordania, lasciando decine di migliaia di palestinesi senz’acqua durante il mese del Ramadan, sacro per la religione musulmana.

Secondo le ONG i palestinesi sono costretti a vivere con pochi litri di acqua al giorno. Foto di Ali Jadallah/Anadolu Agency/Getty Images
Secondo le ONG i palestinesi sono costretti a vivere con pochi litri di acqua al giorno. Foto di Ali Jadallah/Anadolu Agency/Getty Images

Nei primi due giorni di Ramadan, infatti, Mekorot, l’unica società incaricata da Israele di rifornire acqua alle città palestinesi, ha chiuso i rubinetti della città di Salfit, costringendo la popolazione ad acquistare bottiglie d’acqua a prezzi esorbitanti. Ayman Rabi, direttore di Palestinian Hydrology Group – una ong palestinese impegnata a migliorare l’accesso all’acqua – si è rivolto all’emittente araba Al Jazeera per spiegare che la gente sta vivendo una crisi idrica ormai da più di 40 giorni. “Queste persone vanno in giro a cercare zampilli d’acqua spontanea e sono costrette a vivere con non più di due o tre litri d’acqua al giorno. Ovunque sono cominciati i razionamenti”. Intanto le autorità della città di Jenin, cittadina della Cisgiordania con una popolazione di oltre 40mila persone, hanno riferito che riterranno Mekorot “unica responsabile per eventuali tragedie derivanti dalla carenza d’acqua durante i caldi mesi estivi”. Considerando che in queste zone le temperature superano i 35 gradi.

Un uomo torna a casa con dell’acqua. Il 95% dell’acqua utilizzata dai palestinesi non è adatta a scopi umani. Foto di Ali Jadallah/Anadolu Agency/Getty Images
Un uomo torna a casa con dell’acqua. Il 95% dell’acqua utilizzata dai palestinesi non è adatta a scopi umani. Foto di Ali Jadallah/Anadolu Agency/Getty Images

Secondo le Nazioni Unite la quantità minima d’acqua per persona al giorno deve essere di 7,5 litri. Gli israeliani, compresi i coloni, consumano 350 litri per persona al giorno mentre i palestinesi, in media, ne consumano 60. Senza prendere in considerazione la qualità dell’acqua consumata: secondo Johannes Hahn, commissario europeo per l’Allargamento e la Politica di vicinato, presente anche lui all’inaugurazione dell’impianto di desalinizzazione, il 95 per cento dell’acqua utilizzata dai palestinesi sarebbe “inadatta per l’uso umano”.

Fonte

 


Siria ospitava rifugiati europei

Nei primi anni ’40, la Siria ospitava rifugiati europei,  Aleppo (così come Nuseirat in Palestina e diverse località in Egitto) ha accolto migliaia di europei in fuga dagli orrori e dalle tragedie della seconda guerra mondiale.


di Evan Taparata e Kuang Keng Kuek Ser – FONTE

Da quando cinque anni fa è scoppiata la guerra civile in Siria, milioni di rifugiati hanno cercato porto sicuro in Europa via terra e via mare, attraverso la Turchia e il Mediterraneo.

Anche 70 anni fa dei rifugiati hanno attraversato queste stesse rotte. Ma non erano siriani e hanno viaggiato nella direzione opposta. Al culmine della seconda guerra mondiale, il Middle East Relief and Refugee Administration (MERRA) ha gestito campi in Siria, Egitto e Palestina, dove hanno cercato rifugio decine di migliaia di persone provenienti da tutta Europa. Essi! La Siria ospitava rifugiati europei!

Il Merra faceva parte di una rete crescente di campi profughi di tutto il mondo gestiti da uno sforzo collaborativo di governi nazionali, ufficiali militari ed organizzazioni umanitarie nazionali e internazionali. Vari gruppi di assistenza sociale – tra cui il Servizio Internazionale per le Migrazioni, la Croce Rossa, la Fondazione Vicino Oriente e Save the Children Fund – si sono inseriti in questa attività di supporto al Merra. Successivamente i campi sono stati gestiti dalle Nazioni Unite.

La Siria ospitava i rifugiati europei
Mappa a cura di Kuang Keng Kuek Ser
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Gli archivi forniscono informazioni limitate sulla demografia dei campi profughi della seconda guerra mondiale in Medio Oriente. Le informazioni che sono disponibili mostrano tuttavia che, secondo le previsioni dei funzionari del campo, quest’ultimo sarebbe stato in grado di ospitare altri profughi nel corso del tempo. Le informazioni geografiche sulla posizione dei campi provengono da registrazioni dell’archivio del ramo statunitense del Servizio Sociale Internazionale, situati presso il Social Welfare History Archives dell’Università del Minnesota.

Nel marzo 1944 i funzionari che hanno lavorato per il Merra e il Servizio migrazione internazionale (in seguito chiamato Servizio Sociale Internazionale) hanno pubblicato relazioni su tali campi profughi nel tentativo di migliorarvi le condizioni di vita. Le relazioni offrono una finestra nella vita quotidiana dei cittadini europei – in gran parte dalla Bulgaria, dalla Croazia, dalla Grecia, dalla Turchia e dalla Jugoslavia – che si sono dovuti adattare alla vita all’interno di campi profughi in Medio Oriente durante Seconda guerra mondiale. Le condizioni di vita riecheggiano quelle affrontate dai profughi oggi.

Credit: United Nations Archives and Records Management Section e Muhammad Hamed/Reuters

All’arrivo in uno dei numerosi campi in Egitto, Palestina e Siria, i rifugiati venivano registrati dai funzionari del campo, che distribuivano carte d’identità rilasciate dal campo. Questi documenti – che dovevano portare con sé in ogni momento – comprendevano informazioni quali il nome del rifugiato, il numero di identificazione del campo, informazioni sulla istruzione e sulla loro storia lavorativa e le abilità speciali che possedevano.

I funzionari del campo hanno mantenuto un registro con i vari dati delle persone: numero di identificazione, nome completo, sesso, stato civile, professione, numero di passaporto, commenti, la data di arrivo e, infine, la data di partenza.

La Siria ospitava i rifugiati europei
Una nota scritta a mano mostra che la MERRA gestiva oltre 40mila rifugiati, principalmente donne e bambini, nei campi profughi del Medio Oriente e Nord Africa nel luglio 1944. (Credit: su gentile concessione dell’International Social Service, American Branch records in the Social Welfare History Archives, University of Minnesota)

Una volta registrati, gli ultimi arrivati si sottoponevano a un esame medico approfondito. I rifugiati si dirigevano quindi verso ciò che erano spesso strutture ospedaliere di fortuna – di solito tende, ma a volte edifici vuoti riutilizzati come centri medici – dove si spogliavano di vestiti e scarpe per poi essere lavati a fondo fino a quando i funzionari li dichiaravano sufficientemente disinfettati.

Alcuni rifugiati – come i greci che sono arrivati nel campo di Aleppo dalle isole del Dodecanneso nel 1944 – potevano aspettarsi che i controlli medici sarebbero diventati parte della propria routine quotidiana.

Dopo che i funzionari medici, soddisfatti, li dichiaravano sufficientemente sani da unirsi al resto del campo, i rifugiati venivano smistati nei vari settori abitativi: per famiglie, per bambini non accompagnati, per uomini soli e donne sole. Una volta assegnati ad una particolare sezione del campo, i rifugiati godevano di ben poche opportunità di uscire fuori. Di tanto in tanto veniva loro concesso di andare in giro sotto la supervisione dei funzionari del campo. Siria ospitava rifugiati europei

La Siria ospitava i rifugiati europei
Il generale statunitense Allen Gullion e Fred K. Hoehler, Direttore dello “United Nation’s Division of Displaced Persons”, segnano su una mappa i potenziali movimenti migratori dei rifugiati europei durante la seconda guerra mondiale. Molti europei hanno poi trovato un rifugio sicuro nei campi profughi del Medio Oriente

Credit: Su gentile concessione del Fred K. Hoehler Papers presso il Social Welfare History Archives, University of Minnesota

La Siria ospitava rifugiati europei. Percorrendo diversi chilometri per andare in città, ad esempio, i rifugiati nel campo di Aleppo potevano recarsi ai negozi per comprare beni di prima necessità, guardare un film al cinema o semplicemente trovare un po’ di distrazione dalla monotonia della vita del campo. E se anche il campo di Moses Wells, situato su oltre 100 acri di deserto, non aveva città nelle vicinanze, ai rifugiati veniva permesso di passare un po’ di tempo ogni giorno a fare il bagno nel vicino Mar Rosso.

Naturalmente, il cibo era una parte essenziale della vita quotidiana dei rifugiati. In genere, durante la seconda guerra mondiale, i rifugiati nei campi Merra ricevevano ogni giorno metà delle razioni dell’esercito. I funzionari concedevano che, quando possibile, le razioni venissero integrate con gli alimenti che riflettevano le usanze nazionali e religiose dei rifugiati. Siria ospitava rifugiati europei

Coloro che avevano la fortuna di avere i soldi avrebbero potuto comprare fagioli, olive, olio, frutta, tè, caffè e altre merci nel campo o durante le visite occasionali ai negozi locali, dove oltre al cibo potevano comprare sapone, lame di rasoio, matite, carta, francobolli e altri oggetti. I campi in cui i residenti non erano stipati erano in grado di fornire degli spazi per permettere ai rifugiati di preparare i pasti. Ad Aleppo, per esempio, nel settore femminile veniva riservata una camera per preparare i maccheroni con la farina ricevuta dai funzionari del campo.

Quando La Siria ospitava rifugiati europei e In alcuni campi, ma non in tutti, i profughi erano tenuti a lavorare. Ad Aleppo i rifugiati venivano incoraggiati, ma non obbligati, a lavorare come cuochi, come addetti alle pulizie e come calzolai. Il lavoro non era obbligatorio neanche a Nuseirat, ma i funzionari del campo cercavano di offrire ai rifugiati l’opportunità di utilizzare le proprie abilità nella falegnameria, nella pittura, nella realizzazione di scarpe e nella filatura della lana in modo da poter rimanere occupati e guadagnare un po’ di soldi dagli altri rifugiati che si potevano permettere i loro servizi. Siria ospitava rifugiati europei

Nel campo di Moses Wells, invece, venivano impiegate in qualche attività tutti coloro che erano fisicamente in forma e in grado di lavorare. La maggior parte lavorava come commerciante, addetto alle pulizie, sarto, apprendista, muratore, carpentiere e idraulico. Le “persone estremamente qualificate” venivano invece impiegate come maestri di scuola o capomastri. Le donne eseguivano ulteriori lavori domestici quali il cucito, la lavanderia e la preparazione del cibo, tra gli altri.

La Siria ospitava i rifugiati europei
Profughi croati e jugoslavi al lavoro come calzolai in un campo profughi di El Shatt, in Egitto, durante la seconda guerra mondiale (Credit: United Nations Archives and Records Management Section)

Quando La Siria ospitava rifugiati europei , Addirittura alcuni campi offrivano ai rifugiati la possibilità di ricevere formazione professionale. Nei campi di El Shatt e Moses Wells il personale ospedaliero era così striminzito che furono raddoppiati i programmi di formazione infermieristica per i rifugiati jugoslavi e greci.

In un articolo per l’American Journal of Nursing, così come in diversi rapporti rilasciati al Servizio migrazione internazionale, un’infermiera di spicco di nome Margaret G. Arnstein ha notato che agli studenti del programma sono state insegnate nozioni di infermieristica, di anatomia, di fisiologia, di primo soccorso, di ostetricia, di pediatria, così come delle norme e dei regolamenti militari che governavano i campi. Poiché la maggior parte dei rifugiati non aveva ricevuto un’istruzione formale oltre alla scuola di grammatica, Arnstein ha notato che il programma di cura è stato insegnato “in termini semplici”, ponendo enfasi sull’esperienza pratica rispetto alla teoria e alla ricerca terminologica.

Le infermiere capo del programma di formazione speravano potessero ricevere l’accreditamento formale in modo che chiunque che completasse il programma potesse essere autorizzato a lavorare da infermiere una volta uscito dal campo. Ma all’epoca gli studenti di infermieristica nei campi profughi venivano abilitati a trattare pazienti soltanto perché erano “infermieri di emergenza” che operavano per necessità in tempo di guerra. Siria ospitava rifugiati europei

I funzionari del Merra concordavano sul fatto che per i bambini dei campi profughi era meglio avere una routine regolare. L’istruzione era una parte cruciale di quella routine. Le aule dei campi profughi del Medio Oriente hanno avuto, nella maggior parte dei casi, troppi pochi insegnanti e troppi studenti, strutture inadeguate e sovraffollate. Eppure non tutti i campi erano così. A Nuseirat, per esempio, un rifugiato artista ha realizzato molti dipinti e li ha appesi sulle pareti di una scuola materna all’interno del campo, rendendo le aule “luminose e allegre”. Locali volenterosi hanno donato giocattoli, giochi e bambole per l’asilo, portando un funzionario del campo a far notare che “non aveva nulla da invidiare a molti asili negli Stati Uniti”.

Credit: United Nations Archives and Records Management Section e Muhammad Hamed/Reuters

Quando La Siria ospitava rifugiati europei a volte non lavoravano e non andavano a scuola, i rifugiati prendevano parte a varie attività di svago. Gli uomini giocavano a pallamano e a calcio e socializzavano trattando sigarette – di tanto in tanto anche birra e vino, se disponibili – nelle mense all’interno del campo. Alcuni campi avevano terreni da gioco con scivoli e altalene dove i bambini potevano intrattenersi, e dove i funzionari del campo, le truppe locali e gli operatori della Croce Rossa organizzavano balli per i residenti del campo. Siria ospitava rifugiati europei

La Siria ospitava i rifugiati europei
In questi appunti scritti a mano sono riportate le questioni che preoccupavano maggiormente i responsabili dei campi: la mancanza di privacy dei rifugiati, l’assenza di libertà, se le famiglie dovessero o meno essere separate dai rifugiati single, se i rifugiati con diversi background etnici e nazionali dovessero essere separati, e così via. Nella gestione dei campi, per gli ufficiali era fondamentale tentare di rendere la quotidianità nei campi il più possibile simile alla vita normale. Su gentile concessione di: International Social Service, American Branch records in the Social Welfare History Archives, University of Minnesota

Mentre La Siria ospitava rifugiati europei…Proprio come i rifugiati di oggi, gli europei che si trovavano nei campi profughi del Medio Oriente cercavano di tornare alla vita normale. Le persone che gestivano i campi volevano lo stesso. Secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, oggi ci sono quasi 500.000 siriani registrati nei campi come rifugiati. Quasi 5 milioni di persone sono state sfollate a causa del conflitto. Siria ospitava rifugiati europei

La Siria ospitava i rifugiati europei
Rifugiati greci che dal 1945 al 1948 hanno vissuto in un campo profughi a Moses Wells, in Egitto, si riuniscono con i parenti nell’isola patria di Samo.

Siria ospitava rifugiati europei – Questa storia è stata prodotta con l’aiuto di Linnea Anderson, archivista del Social Welfare History Archives dell’Università del Minnesota, che ha fornito un accesso speciale e il permesso di riprodurre i contenuti dell’International Social Service – American Branch fondamentali per la documentazione della vita dei rifugiati. Il supporto è stato fornito in collaborazione con l’Immigration History Research Center at the University of Minnesota.
[Traduzione dall’inglese a cura di Valerio Evangelista]


Francia verso la paralisi economica

Francia verso la paralisi economica – Scoppia la rivoluzione. Lo scontro tra il governo socialista e i sindacati sul disegno di legge di riforma del lavoro sta mettendo in crisi il sistema produttivo.

Francia verso la paralisi economica – La polizia questa mattina ha sbloccato il deposito di carburante di Douchy-les-Mines, nel nord, e di Brest, in Bretagna. Sei delle otto raffinerie del Paese sono o del tutto o parzialmente chiuse, 4mila stazioni di servizio sono a secco su 12mila, in sciopero anche il trasporto pubblico.

L’obiettivo dei sindacati, Cgt in testa, è costringere il Governo a ritirare la legge di riforma del mercato del lavoro. Il braccio di ferro è tra il premier Manuel Valls e il leader della Cgt Philippe Martinez quando mancano pochi giorni dagli Europei di calcio che inizieranno il 10 giugno.

“C‘è un appello allo sciopero generale, ci saranno assemblee generali come si dovrebbe fare in tutte le imprese”, ha spiegato in un’intervista a France Inter Philippe Martinez, segretario generale della Cgt, prima confederazione sindacale francese con 692mila tesserati. “Siamo determinati ad andare fino in fondo. La mobilitazione rischia di crescere fino a quando il governo si rifiuterà di discutere”.

Adesso a fermarsi potrebbero essere anche le centrali nucleari. La Cgt ha chiesto al personale di Edf, primo produttore di elettricità del Paese, di partecipare al movimento per fare aumentare la pressione sul governo, sia con abbassamenti di corrente che con tagli della rete.

Francia verso la paralisi economica – Guarda il video

(fonte: Lookthevideo.it, Euronews)


Il TTIP minaccia incombente dagli USA

Il TTIP la grande minaccia incombente dagli USA, cambierà in peggio le nostre vite se non riducendo drasticamente le aspettative di vita di ognuno di noi.

Che cos’è il TTIP?
Il TTIP è un trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico che ha l’intento dichiarato di modificare regolamentazioni e standard (le cosiddette “barriere non tariffarie”) e di abbattere dazi e dogane tra Europa e Stati Uniti rendendo il commercio più fluido e penetrante tra le due sponde dell’oceano.

L’idea sembrerebbe buona. Perché qualcuno lo definisce “pericoloso”?
Condividiamo la definizione perché, in realtà questo trattato, che viene negoziato in segreto tra Commissione UE e Governo USA, vuole costruire un blocco geopolitico offensivo nei confronti di Paesi emergenti come Cina, India e Brasile creando un mercato interno tra noi e gli Stati Uniti le cui regole, caratteristiche e priorità non verranno più determinate dai nostri Governi e sistemi democratici, ma modellate da organismi tecnici sovranazionali sulle esigenze dei grandi gruppi transnazionali.

I soliti “tecnici” che “rubano” il potere alla politica.
Infatti. Il TTIP prevede l’introduzione di due organismi tecnici potenzialmente molto potenti e fuori da ogni controllo da parte degli Stati e quindi dei cittadini. Il primo, un meccanismo di protezione degli investimenti (Investor-State Dispute Settlement – ISDS), consentirebbe alle imprese italiane o USA di citare gli opposti governi qualora democraticamente introducessero normative, anche importanti per i propri cittadini, che ledessero i loro interessi passati, presenti e futuri.

Le aziende citerebbero gli Stati in tribunale.
Non solo; le vertenze non verrebbero giudicate da tribunali ordinari che ragionano in virtù di tutta la normativa vigente, come è già possibile oggi, ma da un consesso riservato di avvocati commerciali superspecializzati che giudicherebbero solo sulla base del trattato stesso se uno Stato – magari introducendo una regola a salvaguardia del clima, o della salute – sta creando un danno a un’impresa. Se venisse trovato colpevole, quello stato o comune, o regione, potrebbe essere costretto a ritirare il provvedimento o ad indennizzare l’impresa. Pensiamo ad un caso come quello dell’Ilva a Taranto, o della diossina a Seveso, e l’ingiustizia è servita.

Una giustizia “privatizzata”, insomma.
Non è l’unica questione. Un altro organismo di cui viene prevista l’introduzione è il Regulatory Cooperation Council: un organo dove esperti nominati della Commissione UE e del ministero USA competente valuterebbero l’impatto commerciale di ogni marchio, regola, etichetta, ma anche contratto di lavoro o standard di sicurezza operativi a livello nazionale, federale o europeo. A sua discrezione sarebbero ascoltati imprese, sindacati e società civile. A sua discrezione sarebbe valutato il rapporto costi/benefici di ogni misura e il livello di conciliazione e uniformità tra USA e UE da raggiungere, e quindi la loro effettiva introduzione o mantenimento. Un’assurdità antidemocratica che va bloccata, a mio avviso, il prima possibile.

Per chi è allora vantaggioso il TTIP?
Il ministero per lo Sviluppo economico ha commissionato a Prometeia s.p.a. una prima valutazione d’impatto mirata all’Italia, alla base di molte notizie di stampa e interrogazioni parlamentari. Scorrendo dati e previsioni apprendiamo che i primi benefici delle liberalizzazioni si manifesterebbero nell’arco di tre anni dall’entrata in vigore dell’accordo: il 2018, al più presto. Il TTIP porterebbe, entro i tre anni considerati, da un guadagno pari a zero in uno scenario cauto, ad uno +0,5% di PIL in uno scenario ottimistico: 5,6 miliardi di euro e 30mila posti di lavoro grazie a un +5% dell’export per il sistema moda, la meccanica per trasporti, un po’ meno da cibi e bevande e da uno scarso +2% per prodotti petroliferi, prodotti per costruzioni, beni di consumo e agricoltura. L’Organizzazione mondiale del Commercio ci dice che le imprese italiane che esportano sono oltre 210mila, ma è la top ten che si porta a casa il 72% delle esportazioni nazionali (ICE – Sintesi Rapporto 2012-2013: “L’Italia nell’economia internazionale”). Secondo l’ICE, in tutto nel 2012 le esportazioni di beni e servizi dell’Italia sono cresciute in volume del 2,3%, leggermente al di sotto del commercio mondiale. La loro incidenza sul PIL ha sfiorato il 30% in virtù dell’austerity e della crisi dei consumi che hanno depresso il prodotto interno. L’Italia è dunque riuscita a rosicchiare spazi di mercato internazionale contenendo i propri prezzi, senza generare domanda interna né nuova occupazione. Quindi prima di chiudere i conti potremmo trovarci invasi da prodotti USA a prezzi stracciati che porterebbero danni all’economia diffusa, e soprattutto all’occupazione, molto più ingenti di questi presunti guadagni per i soliti noti. Danni potenziali che né la ricerca condotta da Prometeia né il nostro Governo al momento hanno quantificato o tenuto in considerazione.

È vero che, nonostante l’enorme importanza della questione, il Parlamento europeo non abbia accesso a tutte le informazioni sul modo in cui si svolgono gli incontri e sullo stato di avanzamento delle trattative?
Il Parlamento europeo, dopo aver votato nel 2013 il mandato a negoziare esclusivo alla Commissione – come richiede il Trattato di Lisbona – potrà soltanto porre dei quesiti circostanziati, cui la Commissione può rispondere ma nel rispetto della riservatezza obbligatoria in tutti i negoziati commerciali bilaterali, sempre secondo il Trattato, e poi avrà diritto di voto finale “prendi o lascia”, quando il negoziato sarà completato. Nel frattempo non ha diritto né di accesso né di intervento sul testo. I Governi stessi dell’Unione, se vorranno avere visione delle proposte USA, dovranno – a quanto sembra al momento – accedere a sale di sola lettura approntate nelle ambasciate USA (non si capisce se in quelle di tutti gli Stati UE o solo a Bruxelles, e non potranno nemmeno prendere appunti o farne copia. Un assurdo, considerata la tecnicità e complessità dei testi negoziali.

Quali effetti potrà produrre l’accordo se verrà approvato nella sua forma attuale?
Tutti i settori di produzione e consumo come cibo, farmaci, energia, chimica, ma anche i nostri diritti connessi all’accesso a servizi essenziali di alto valore commerciale come la scuola, la sanità, l’acqua, previdenza e pensioni, sarebbero tutti esposti a ulteriori privatizzazioni e alla potenziale acquisizione da parte delle imprese e dei gruppi economico-finanziari più attrezzati, e dunque più competitivi. Senza pensare che misure protettive, come i contratti di lavoro, misure di salvaguardia o protezione sociale o ambientale, potrebbero essere spazzati via a patto di affidarsi allo studio legale giusto e ben accreditato.

Il TTIP produrrà dei rischi per i cittadini?
Tom Jenkins della Confederazione sindacale europea (ETUC), nell’incontro con la Commissione del 14 gennaio scorso, ha ricordato che gli Stati Uniti non hanno ratificato diverse convenzioni e impegni internazionali ILO e ONU in materia di diritti del lavoro, diritti umani e ambiente. Questo rende, ad esempio, il loro costo del lavoro più basso e il comportamento delle imprese nazionali più disinvolto e competitivo, in termini puramente economici, anche se più irresponsabile. A sorvegliare gli impatti ambientali e sociali del TTIP, ha rassicurato la Commissione, come nei più recenti accordi di liberalizzazione siglati dall’UE, ci sarà un apposito capitolo dedicato allo Sviluppo sostenibile che metterà in piedi un meccanismo di monitoraggio specifico, partecipato da sindacati e società civile d’ambo le regioni.

È il primo caso del genere? O c’è qualche “antenato”?
Un meccanismo simile è entrato in vigore da meno di un anno tra UE e Korea, con la quale l’Europa ha sottoscritto un trattato di liberalizzazione commerciale molto simile anche strutturalmente al TTIP, facendo finta di non ricordare che come gli USA la Korea si è sottratta a gran parte delle convenzioni ILO e ONU. Imprese, sindacati e ONG che fanno parte dell’analogo organo creato per monitorare la sostenibilità sociale e ambientale del trattato UE-Korea, hanno protestato con la Commissione affinché avvii una procedura di infrazione contro la Korea per comportamento antisindacale, e ancora aspettano una risposta (http://goo.gl/82OLmh). Perché dovremmo pensare che gli USA, molto più potenti e contrattualmente forti si dovrebbero piegare alle nostre esigenze, considerando che sono tra i pochi Paesi che non si sono mai piegati a impegni obbligatori a salvaguardia della salute, o dell’ambiente come il Protocollo di Kyoto appena archiviato anche grazie alla loro ferma opposizione?

Il TTIP può produrre danni per la salute?
Faccio un solo esempio, basato sulla storia. Nel 1988 l’UE ha vietato l’importazione di carni bovine trattate con certi ormoni della crescita cancerogeni. Per questo è stata obbligata a pagare a USA e Canada dal Tribunale delle dispute dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) oltre 250 milioni di dollari l’anno di sanzioni commerciali nonostante le evidenze scientifiche e le tante vittime. Solo nel 2013 la ritorsione è finita quando l’Europa si è impegnata ad acquistare dai due concorrenti carne di alta qualità fino a 48.200 tonnellate l’anno, alla faccia del libero commercio. Sarà una coincidenza, ma in un documento congiunto dell’ottobre 2012 BusinessEurope e US Chamber of Commerce, le due più potenti lobby d’impresa delle due sponde dell’oceano, avevano chiesto ai propri Governi proprio di avviare una “cooperazione sui meccanismi di regolazione”, che consentisse alle imprese di contribuire alla loro stessa stesura (http://goo.gl/HlqhTc).

Esistono alternative al TTIP? A cosa potrebbero aspirare i cittadini del mondo afflitti dall’attuale crisi economica?
Da molti anni non solo movimenti, associazioni, reti sindacali ma anche istituzioni internazionali come FAO e UNCTAD, le agenzie ONU che lavorano su Agricoltura, Commercio e Sviluppo, richiamano l’attenzione sul fatto che rafforzare i mercati locali, con programmazioni territoriali regionali e locali più attente basate su quanto ci resta delle risorse essenziali alla vita e quanti bisogni essenziali dobbiamo soddisfare per far vivere dignitosamente più abitanti della terra possibili, potrebbe aiutarci ad uscire dalla crisi economica, ambientale, ma soprattutto sociale che stiamo vivendo, prevedibilmente, da tanti anni. Stiamo facendo finta di niente, continuando a percorrere strade, come quella della iperliberalizzazione forzata stile IL TTIP, che fanno male non solo al pianeta e alle comunità umane, ma allo stesso commercio che è in contrazione dal 2009 e non si sta più espandendo. Da quando la piena occupazione europea e statunitense, che con redditi veri e capienti sosteneva produzione e consumi globali, sono diventate un miraggio, anche la crescita dei popolatissimi Paesi emergenti, che hanno fatto la propria fortuna grazie alla commercializzazione del loro capitale ambientale e umano a prezzi stracciati e ad alti costi ambientali e sociali, non è riuscita più a sostenere il paradigma della crescita infinita che si è rivelato per quello che era: falso e insensato. I poveri, che crescono a vista d’occhio e devono lavorare oltre le 10 ore al giorno per un pugno di spiccioli, consumano prodotti poveri e sempre meno; i ricchi, che sono sempre più ricchi ma anche sempre meno, consumano tanto e malissimo, e non creano benessere diffuso. Abbiamo la grande opportunità di voltare pagina, e di tentare di dare a questo pianeta ancora un po’ di futuro, rimettendo al centro della politica i beni comuni e i diritti. Col il TTIP, al contrario, ci chiuderemo le poche finestre di possibilità ancora aperte. Con la Campagna Stop TTIP, che raccoglie solo in Italia oltre 60 tra associazioni, sindacati, enti pubblici, cittadini e comunità, vogliamo fermare questa deriva e diffondere tutte le alternative possibili e più efficaci delle vecchie ricette fallimentari che continuiamo a subire.

Il TTIP e’ oarte di una piu’ ampia strategia americana per espandere le loro esportazioni e al contempo contenere le esportazioni della Cina. Un accordo analogo e’ gia’ stato concluso con il Giappone e altri Paesi asiatici. Se si concludesse quello con l’Europa si chiuderebbe il cerchio protezionista intorno alla Cina e alla Russia, i soliti cattivi della storia. Ma l’aspetto commerciale, che danneggierebbe gravemente le esportazioni europee a vantaggio di quelle americane, e’ solo un aspetto del problema. Ci sono poi quelli della salute umana, della protezione dell’ambiente, del trattamento umanitario degli animali, degli ogm. Come la stessa famiglia Obama ha piu’ volte evidenziato, l’alimentazione degli americani non e’ delle piu’ salutari perche’ dominata dal cibo spazzatura che ha delle pesanti ricadute sulla salute e sulla aspettativa di vita. Padronissimi gli americani di mangiare tutte le porcherie che vogliono, in omaggio ai profitti delle multinazionali, noi ci accontentiamo della miserabile dieta mediterranea. Da rilevare infine che gli accordi tipo il TTIP sono in netto contrasto con la tanto sbandierata globalizzazione, che e’ stata subito archiviata dagli USA quando hanno capito di non essere piu’ competitivi sul mercato globale.

FONTE

Londra – Il primo sindaco musulmano

Trionfo per Sadiq Khan: Londra elegge il primo sindaco musulmano

LONDRA – «Questa è una storia di Londra: fatta di lavoro duro, una mano che ti aiuta, la consapevolezza che puoi arrivare dove vuoi». Sadiq Khan, 45 anni, due figli, avvocato, è il primo sindaco musulmano di una grande metropoli occidentale.

Ha schiantato Zac Goldsmith, candidato conservatore, e con il 44% dei voti (quando il “primo spoglio” si è ormai concluso) succede al biondo eccentrico esponente Tory, Boris Johnson. Una vittoria annunciata da sondaggi compatti nel disegnare il profilo del figlio di un autista di bus di origine pachistana come quello dell’uomo prescelto da una popolazione eterogenea, incline, però, al voto trasversale. Per vincere, Sadiq Khan ha dovuto pescare anche nella riserva delle classi medie e medio alte, naturalmente vicine ai Tory e quindi al volto, rassicurante, di Zac Goldsmith, sposato Rothschild, quintessenza di una Old Britannia che galleggia ancora sulle acque del Tamigi.

 

È la Londra capitale universale, che schiaccia la Londra squisitamente e solamente inglese? Anche. La vittoria di Sadiq Khan ha molte letture – non ultima il sì a Brexit sventolato da Zac Goldsmith – ma la più evidente è che questa città non ha avuto paura di sé stessa, non ha ceduto alla reazione, bocciando, in nome del conflitto fra fedi e fra razze che il terrorismo di matrice islamica tenta di esportare in Europa, un candidato musulmano. E non solo per la religione. Sadiq Khan è partner in uno dei maggiori studi legali specializzato in diritti umani nel Regno Unito. Ha difeso personaggi in odore di preoccupante radicalismo, s’è battuto per loro davanti ai tribunali di mezza Europa compresa la Corte di Giustizia. Impegno che non gli ha evitato minacce di morte quando fu fra i firmatari della legge su matrimoni fra persone dello stesso sesso.

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Morto per salvare vite. Il ricordo dell’ultimo pediatra di Aleppo: Muhammad Waseem Maaz

Muhammad Waseem Maaz era l’ ultimo pediatra di Aleppo, morto per salvare vite umane. Aleppo in fiamme assieme al suo popolo nell’indifferenza del mondo! #Aleppostabruciando

l ricordo struggente dell’ ” ultimo pediatra di Aleppo “, del futuro sposo che pensava prima a salvare le vite dei bambini e poi la sua. A scriverlo è il dottore Hatem, direttore dell’ospedale dei bambini di Aleppo in Siria. Poco dopo la sua morte sul portale The Syria Campaign il professore ha voluto ricordare Muhammad Waseem Maaz, 36 anni, descritto come l’ultimo medico che operava nella parte orientale di Aleppo, ucciso in un raid aereo compiuto da velivoli del regime contro un ospedale gestito dal Cicr e da Medici senza frontiere. La sua lettera è stata condivisa più di 30mila volte: “Era la persona più amata di tutto l’ospedale”.

“Cari amici, sono il dottor Hatem, direttore dell’ospedale pediatrico di Aleppo. Ieri sera, 27 persone fra medici, personale e  pazienti sono stati uccisi in un attacco aereo su al-Quds, nelle vicinanze dell’ospedale. Il mio amico Muhammad Waseem Maaz, il pediatra più qualificato della città, è stato ucciso nell’attacco.
Lavorava nel nostro ospedale per bambini durante il giorno e poi andava a ad al-Quds  ad assistere a situazioni di emergenza durante la notte.
Il dottor Maaz e io passavamo sei ore insieme ogni giorno. Era cordiale, gentile e scherzava sempre con tutto lo staff. Era il dottore più amato del nostro ospedale.
Io sono in Turchia adesso e lui doveva venire qui a visitare la sua famiglia dopo il mio ritorno ad Aleppo. Non vedeva i suoi da 4 mesi.
Ma il dottor Maaz è rimasto ad  Aleppo, la città più pericolosa del mondo, a causa della sua devozione per i suoi pazienti. Gli ospedali sono spesso presi di mira e colpiti sia dal governo che dalle forze aeree russe.

Giorni prima della morte del dottor Maaz un attacco aereo ha colpito a soli 200 metri dal nostro ospedale. Quando i bombardamenti si intensificano il personale medico corre giù al piano terra dell’ospedale portando le incubatrici dei neonati per proteggerli.

Come tanti altri, il dottor Maaz è stato ucciso perché cercava di salvare vite umane. Oggi noi vogliamo ricordare la sua umanità e il suo coraggio. Per favore, condividete la sua storia affinché gli altri possano sapere cosa devono affrontare i medici ad Aleppo e in tutta la Siria. Oggi la situazione è critica , Aleppo potrebbe potrebbe finire sotto assedio. Abbiamo bisogno dell’attenzione di tutto il mondo”.

Squadre del piacere di Kim Jong-un

Kim Jong-un avrà le “squadre del piacere”:
ragazzine vergini scelte sui banchi di scuola

NEW YORK – Snelle ed eleganti, con la pelle perfetta, un’ottima salute, e, naturalmente, vergini sono le “ squadre del piacere ”. Ragazzine scelte sui banchi di scuola, da una commissione di “esperti”, strappate alle famiglie, e restituite solo dieci anni dopo, con l’obbligo di tenere la bocca chiusa. Queste sono le “ squadre del piacere ” che il dittatore della Corea del nord aveva rimandato a casa dopo la morte del padre, ma che ha appena deciso di riconvocare a palazzo.

Pare che il 33enne Kim Jong-un abbia particolarmente apprezzato i massaggi e le cure che le infermiere gli avevano dato dopo una grave crisi di gotta, al punto di volersi circondare di ragazzine perennemente: “ squadre del piacere ”, come usava fare anche il padre, Kim Jong-il.

I compiti di queste “ squadre del piacere ” tuttavia vanno ben oltre i massaggi e le cure offerte dalle infermiere in clinica, e includono spogliarelli e prestazioni sessuali. Queste attività non avvengono al palazzo, ma in alcune ville private appartenenti ai vip del regime. Dopotutto, il dittatore è sposato e ha anche un bambino, e sollazzarsi con ragazzine obbligate a una vita di schiavitù sessuale deve apparire disdicevole anche nella società ipermaschilista e totalitaria della Corea del nord.

Da quando è asceso al trono di dittatore, dopo la morte del padre nel dicembre del 2011, Kim è stato anche più assolutista e repressivo del padre e del nonno.

E chi si lamenta rischia la vita. Anche per questo le famiglie delle “ squadre del piacere ” subiscono in silenzio. Alcuni anni fa una giovane che aveva fatto parte delle “ squadre del piacere ” alla corte del vecchio tiranno, il padre di Kim, è riuscita a fuggire e ha raccontato che allora appena compivano 25 anni venivano “messe in pensione”. Alcune venivano  rimandate a casa con un gruzzolo di 4 mila dollari – pari a circa due anni di reddito di una famiglia media – altre venivano date in moglie a vecchi generali e spedite a vivere in luoghi reconditi.

Le squadre del piacere

squadre del piacere_kim jong un

Vengono reclutate e devono firmare un accordo in cui si impegnano a non rivelare nulla di quel che succederà loro. E devono essere soggette a una rigorosa visita medica, incluso una ginecologica. Dovrebbero avere anche una voce dolce e delicata e saper cantare. Lo spietato dittatore ha infatti un debole per la musica leggera, soprattutto se interpretata da giovani donne.

Birmania, il silenzioso genocidio dei musulmani

Birmania, il silenzioso genocidio dei musulmani segregati nei campi profughi

Il conflitto etnico e religioso cresce. A Sittwe, capitale dello Stato di Rakhine, è in atto la ghettizzazione della minoranza rohingya -150 mila persone – da parte della maggioranza buddista rakhine che rischia di trasformarsi in tragedia umanitaria

ROMA – Sittwe, la capitale dello Stato di Rakhine del Myanmar, ex Birmania, è divisa in due. Da un lato la popolazione della maggioranza etnica rakhine gode di piena libertà: può viaggiare dove vuole, sposarsi, lavorare e andare in qualsiasi cerimonia religiosa. Dall’altro lato però, quasi 150 mila musulmani dell’etnia rohingya non sono riconosciuti tra le 134 etnie che ufficialmente compongono il paese, vivono stipati in una dozzina di campi e sono privati dei loro diritti fondamentali: non possono lasciare il paese, è necessario un permesso speciale per sposarsi, le nascite sono controllate, e non hanno nessuna fonte di reddito.

Le foto e i video sono disponibili nel link sottostante, cliccandoci e guardandolo dichiari di essere maggiorenne, i contenuti delle foto e dei video potrebbero urtare la tua sensibilità in quanto contengono immagini crude e violente. Guarda la galleria

Questa differenza è dovuta all’”Apartheid” che ha imposto il governo birmano dopo l’esplosione di violenza del 28 maggio 2012, racconta il quotidiano El Pais. Quel giorno, secondo la versione ufficiale che è stata smentita da diversi testimoni, tre uomini rohingya hanno violentato e ucciso una giovane buddista, lasciando il suo corpo in strada. Il buddismo è la  religione che professa l’89% dei 55 milioni di birmani. Per vendetta dieci musulmani sono stati picchiati a morte. Migliaia di case sono state ridotte in cenere, e oltre 200 persone sono state uccise in scontri che hanno scatenato il conflitto, che contrappone buddisti e musulmani a prescindere dal gruppo etnico di appartenenza.

Ashin Wirathu, monaco buddista, leader spirituale del movimento anti-islamico in Birmania ha detto che è deciso a fare una pulizia etnica, e il presidente della Birmania Thein Sein, ha detto di essere d’accordo. Questo scontro sta minacciando di destabilizzare il paese in un momento estremamente delicato, la Birmania infatti si prepara alle prime elezioni democratiche dal 1990. Il  conflitto risale al periodo coloniale britannico, quando i rohingya sono arrivati in Birmania, impiegati dalle forze delle Indie orientali. Oggi questo gruppo ammonta a 700 mila persone su 3,8 milioni di abitanti dello Stato: sono considerati fondamentalisti violenti e si vorrebbe restituirli al Bangladesh.

Aungmingalar, un quartiere centrale di Sittwe, è diventato un ghetto per i rohingya: ci vivono circa 4 mila persone, la situazione è ancora più disperata, l’unico modo per uscire dal quartiere è corrompendo i militare, che però chiedono cifre esorbitanti. La situazione è disperata, ci sono piccole cliniche a cui gli sfollati si rivolgono, ma non ci sono i farmaci, le donne che partoriscono non hanno assistenza medica e i neonati non hanno vestiti. Nessuno cura gli anziani, bacini con urina e vomito sono sparsi sul terreno, molti sacchi di siero sono appesi in ganci arrugginiti. Le infrastrutture sono come quelle di un campo di concentramento, e i medici, tutti di etnia rivale (rakhine), non sembrano molto interessati a fare il loro lavoro e questo sta provocando un genocidio silenzioso. In questo scenario, non è sorprendente che la tratta di esseri umani sia diventata l’unica attività nei campi di sfollati. La situazione in Birmania è davvero preoccupante, per questo le ong avvertono che l’arrivo della stagione delle piogge può causare epidemie per le quali le autorità non sono preparate, e pensano che se la comunità internazionale non viene coinvolta, la tragedia umanitaria continuerà.

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Rivoluzione greca, ma i Tg hanno ordini di censurare

In Grecia è rivoluzione, ma i Tg hanno ordini di censurare la rivoluzione greca perché hanno paura di un contagio e che scoppi una rivolta in tutta Europa.

Sono ore drammatiche in Grecia, dove il popolo si e’ accampato sotto al parlamento per mandare avanti lsa Rivoluzione greca e protestare contro le misure di austerità dettate ancora una volta dalla Troika. Bisogna condividere! I mi piace non servono! I media vi stanno nascondendo ciò che sta accadendo in Grecia perché hanno paura di un contagio e che scoppi una rivoluzione in tutta Europa.

I rappresentanti del mondo dell’agricoltura hanno invaso le strade della capitale con mezzi pesanti agricoli paralizzando di fatto tutto. I media italiani tacciono impegnati a distrarre l’opinione pubblica con programmi televisivi spazzatura.

I manifestanti hanno tentato di entrare all’interno del palazzo ma la polizia li ha respinti usando gas lacrimogeni. Ad Atene si è realizzata una nuova giornata di proteste, scioperi e tensioni. Almeno un migliaio di coltivatori si sono ritrovati nella capitale ellenica in segno di protesta contro l’aumento delle tasse previsto dal Governo e contro la riforma delle pensioni, la cui misura più contestata è il taglio (dal 15 al 30%) per gli assegni dei pensionati che lasceranno il lavoro a partire dal 2016.

Sarebbe questo l’ennesimo provvedimento emanato ai danni dei pensionati greci negli ultimi sei anni. I sindacati di categoria denunciano che le misure richieste da Ue e Fmi porterebbero a un taglio del‘85% del reddito annuo di diversi attori sociali: in primis gli agricoltori.

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Vedi la fonte per la Rivoluzione greca

Svizzera alza difese: carrarmati al confine con l’Italia

ROMA (WSI) – Dopo l’Austria anche la Svizzera minaccia di mettere a repentaglio o nella migliore delle ipotesi congelare gli accordi di Schengen per la libera circolazione delle persone. Il Consiglio Federale, i Cantoni e i Comuni elvetici hanno infatti deciso di prendere contromisure al previsto arrivo di 300.0000 profughi in Italia per l’estate 2016.

Una di queste iniziative prevede il dispiego di carrarmati e soldati al confine. L’iniziativa anti migranti si iscrive nell’ambito di un piano di emergenza congiunto in tema di asilo dei profughi. Molto sensibile alla questione è in particolare il canton Ticino, che ha espresso una seria preoccupazione e proposto quindi un’intensificazione dei controlli alle frontiere con l’Italia.

Secondo il consigliere di Stato Norman Gobbi, si legge sulle agenzie stampa, “è altamente probabile che si verifichi una situazione straordinaria al sud della Svizzera interessando in particolar modo il canton Ticino“.

Dal momento che non è ancora possibile prevedere come si evolverà la situazione, riferiscono le autorità svizzere, il piano di emergenza prevede tre scenari ipotetici:

  1. 10.000 domande d’asilo in 30 giorni;
  2. 10.000 domande al mese per tre mesi;
  3. 30.000 attraversamenti irregolari delle frontiere nell’arco di pochi giorni.

L’obiettivo principale è quello di riuscire a registrare e controllare tutti i richiedenti prima della loro assegnazione ai Cantoni – anche nel caso di un repentino e forte aumento delle domande. La Svizzera insomma, deve essere anche in grado di fornire un alloggio e assistere tutti i richiedenti.

Due mila soldati e carrarmati pronti a intervenire

I parametri del progetto potenzialmente ‘esplosivo’, perché rischia di surriscaldare le tensioni quest’estate tra Berna e Roma, definiscono le competenze degli attori coinvolti. Tutti sono d’accordo nel mantenere in linea di massima l’attuale attribuzione delle competenze e l’ordinaria ripartizione dei compiti tra i vari partner dei tre livelli statali.

Nei giorni scorsi l’Austria ha deciso di intensificare i controlli al confine e rafforzare le recinzioni all’altezza del Brennero, minacciando anche una chiusura del passo. La notizia ha scaturito non poche polemiche, ma l’esecutivo sembra tirare dritto nel voler bloccare le frontiere per fermare l’afflusso di migranti provenienti dall’Italia e che il governo Renzi potrebbe perdere di vista.

La Svizzera è preoccupata proprio da quello che farà l’Austria. Se decidesse di chiudere il passo del Brennero sul suo territorio è altamente probabile che arrivino più migranti del previsto oltralpe. In quel caso la Svizzera potrebbe addirittura schierare i carrarmati al confine con l’Italia e migliaia di soldati elvetici sono pronti a intervenire in tempi rapidi in caso di bisogno.

La Svizzera diventerebbe così l’unico passaggio per il Nord Europa. Per scongiurare una crisi, “dobbiamo proteggerci”, ha detto Gobbi al quotidiano austriaco Kronen Zeitung. La regione confinante con l’Italia ha all’incirca due mila soldati del battaglione svizzero dotati di carrarmati e mezzi pesanti che sono stati messi in allerta. A questi è stato chiesto di rimandare le vacanze, in modo da essere sempre a disposizione.

Fonti principali: Wallstreetitalia ; RT ; Blick